mercoledì 14 agosto 2013

L'amore incondizionato nelle opere di Keith Haring

Se Keith Haring per tutti è sempre stato il genio ribelle dei graffiti e dei disegni colorati e antropomorficamente psichedelici, per me è sempre stato il writer dell’amore incondizionato, semplice e puro.

K. Haring, Untitled (Love), 1989,  serigrafia su tela,
Hamilton Selway Fin Art, Hollywood.
Per chi non avesse capito di chi sto parlando, il writer statunitense è l’artista creatore degli omini colorati che, snodabili come non mai, si allungano e si fondono con il paesaggio circostante o tra loro e che, come nella migliore fumettistica americana, figlia di una Pop Art liechtensteiniana ormai agli sgoccioli, esprimono i loro sentimenti e le loro vedute attraverso linee spezzate, sinuose o rette.

Se a livello sociologico l’artista fu figlio del suo tempo, morendo nel 1990 a 31 anni dopo aver contratto l’ancora sconosciuta malattia dell’AIDS, - celeberrima è la sua massima "Nella mia vita ho fatto un sacco di cose, ho guadagnato un sacco di soldi e mi sono divertito molto. Ma ho anche vissuto a New York negli anni del culmine della promiscuità sessuale. Se non prenderò l'AIDS io, non lo prenderà nessuno" - altrettanto è possibile affermarlo anche sul piano artistico culturale, vivendo e rappresentando in prima persona l'esplosione dell'arte di strada newyorkese, a cavallo tra gli Anni '70 ed '80.

Figlio di un fumettista, Haring si avvicina all’arte, spinto dall’amore per l’irreale, dalla passione per i fumetti e dalla creatività suggerita dal foglio bianco: dopo essersi iscritto a diversi istituti artistici, che però poco lo soddisfacevano, capì che la sua vera strada.. era la strada: nel mentre che frequentava la School of Visual Art di New York,  iniziò a realizzare graffiti nell’Underground della metropoli, riscuotendo anche parecchio successo sia tra i giovani newyorkesi, sia tra le caserme delle forze dell’ordine, dove puntualmente finiva a causa dei suoi disegni su muro.

K. Haring, Untitled (Famiglia unita),
1989, serigrafia su tela
Dai primi anni ’80, il resto è stato storia: tra i massimi esponenti del graffitismo di frontiera, Haring girò il mondo da New York a Berlino, da Parigi a Tokyo, stazionando spesso in Italia, dove fu autore di diverse perle tra cui il murale denominato Tuttomondo su una parete esterna della Chiesa di Sant’Antonio Abate a Pisa e l’installazione Three Dancing Figures presso porta est del CentroSesto a Sesto Fiorentino.

Tornando alla sua arte, tutti conoscono le sue figure antropomorfe; in effetti la fortuna critica del writer è stata proprio la creazione di esse e del mondo che le circonda: gli omini di Keith Haring, colorati e gioiosi, si abbracciano, si amano e fanno l’amore fondendosi tra loro in un unico essere.

K. Haring, Heart, 1988, acrilico 
In fondo non è difficile notare in queste figure la sua visione dell’amore, che non vede differenze di sesso, razza e ogni tipo di barriera: Heart, uno dei più celeberrimi disegni di Haring non a caso raffigura due omini, di cui è impossibile prescinderne il sesso, che danzano sulle note dell’amore, quell’amore raffigurato alle loro spalle da un grande cuore rosso pulsante.

D’altronde lo stesso Haring non nascondeva la sua omosessualità, anzi ne andava fiero: nel 1976 a San Francisco frequentava abitualmente Castro Street (celeberrima strada facente parte del quartiere Castro della città, rinomato per essere il cuore della comunità gay californiana) tanto da prendere parte a diverse manifestazioni pro diritti gay ed anti-omofobia, e ancora c’è da riflettere sulla massima soprascritta in cui non rimpiangeva affatto la sua promiscua attività sessuale.

Nonostante la sua tenera età vissuta intensamente, Haring non è caduto affatto nel dimenticatoio: a 31 anni poteva vantare di aver collaborato con le amministrazioni comunali delle città più importanti del mondo, di essere riuscito nella difficile impresa di rendere nobile l’arte del graffito e di esser riuscito a diffondere l’arte anche nei bassifondi e nei quartieri più degradanti, non senza lasciare insegnamenti importanti come ad Harlem, dove dipinse su un muro la scritta Crack is Wack: il crack è una schifezza.

K. Haring, Crack is wack, 1986, pittura su muro, Harlem

L’unico rammarico legato al suo nome, ma non per sua colpa, è dovuto al fatto che cercando Keith Haring su Wikipedia, ho scoperto con sorpresa, che nel 1982 furono effettuati dei graffiti sullo zoccolo del Palazzo delle Esposizioni a Roma; graffiti che furono cancellati nel 1992 per ripulire il palazzo in occasione della visita di Michail Gorbačëv, e che ancora allo stesso anno è ascrivibile un graffito di 6×2 metri realizzato lungo la linea A della metropolitana di Roma, nel tratto Flaminio-Lepanto, sulle pareti trasparenti del Ponte Pietro Nenni; cancellato poi nel 2001.

E detto ciò, mi viene da pensare che in effetti noi popolo di italiani siamo sempre bravi a lamentarci  di non saper valorizzare i beni che abbiamo, quando poi, come nelle due citate occasioni, non siamo stati in grado non solo di tutelarne in primis il valore, ma neanche di riconoscerne l’importanza storico artistica. 

3 commenti:

  1. sapresti dirmi dove è conservato il quadro "Heart" al momento?

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  2. e le misuri originali del quadro "heart" quali sono?

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  3. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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