Visualizzazione post con etichetta Canosa di Puglia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Canosa di Puglia. Mostra tutti i post

giovedì 17 aprile 2014

Giovedì Santo a Canosa di Puglia: i Sepolcri e la storica processione della Madonna du tuppe tuzzele

Miniatura raffigurante la Cena
del Crisma del Giovedì Santo,
custodita nella Cattedrale di
S. Michele Arcangelo, Albenga.
Nei riti sacri Settimana Santa sovente si riscontrano elementi che affondano le proprie radici nel passaggio tra il credo profano e la nuova cultura di stampo paleocristiano.
Sicuramente cristiano per eccellenza è il rituale che si svolge il Giovedì Santo mattina, riguardante la Messa del Crisma, durante la quale il Vescovo consacra gli Olii Santi (Crisma, Olio dei Catecumeni ed Olio degli Infermi), che serviranno durante tutto il corso dell'anno rispettivamente per celebrare le Cresime e i Battesimi, ordinare i sacerdoti e celebrare il sacramento dell'Unzione degli Infermi.

 L'Ora Nona del Giovedì Santo conclude il tempo di Quaresima, e dà inizio al Triduo Pasquale, con la Messa in Coena Domini: questa è il memoriale dell'Ultima Cena consumata da Gesù nella sua vita terrena, nella quale fu istituita l'Eucarestia e fu consegnato ai discepoli il Comandamento dell'Amore. Nella celebrazione della Messa Coena Domini, si fa memoria dell’Istituzione dell’Eucarestia, del tradimento di Giuda e della suggestiva e rinnovata “lavanda dei piedi” a dodici persone, per ricordare l’umiltà del servizio di Cristo alla sua Chiesa.

Giotto, Lavanda dei piedi, 1303 - 1305, affresco,
Cappella degli Scrovegni, Padova. 
Certamente la lavanda dei piedi è un rito significativo, entrato all'interno della messa con la riforma del Triduo nel 1955; prima infatti aveva luogo fuori della messa. Questo è un rito che non intende affatto essere una rappresentazione teatrale, infatti le norme attuali non prevedono più 12 persone. Si tratta di un gesto simbolico e profetico di una Chiesa che, sull'esempio del suo Maestro e Signore, intende farsi serva dell'umanità.

La Coena Domini non è una cena qualsiasi, è l’Ultima Cena che Gesù tenne insieme ai suoi Apostoli, importantissima per le sue parole e per gli atti scaturiti: a tal punto, tutti e quattro i Vangeli riferiscono che Gesù, avvicinandosi la festa degli “Azzimi" (chiamata Pasqua ebraica), mandò alcuni discepoli a preparare la tavola per la rituale cena, in casa di un loro seguace.

Leonardo da Vinci, L'Ultima Cena, 1494 - 1498, affresco, Refettorio di S. Maria delle Grazie, Milano. 

A. Vaccaro, Cristo nell'orto
degli Ulivi, 1660, olio su tela,
Abbazia di Montserrat,
Monistrol di Montserrat. 
La celebrazione termina con la legatura delle campane, e la disposizione dell’ostia consacrata nel repositorio, conosciuto come sepolcro. Questi vengono aperti quindi alla venerazione della gente in cammino, in silenzio per le strade del paese a visitare le chiese, a pregare in gruppo, in famiglia o in associazioni.

Nel rispetto di una tradizione centenaria, nella ricorrenza del Giovedì Santo, la sera dopo la Messa Coena Domini, anche a Canosa in tutte le chiese delle parrocchie, vengono allestiti i “sepolcri”. Il sepolcro, per i cristiani rappresenta il luogo - l'orto del Getsemani - dove Gesù Cristo, si recò a pregare, sentendo ormai vicina l'ora in cui si sarebbe adempiuto quanto era stato scritto:
"Il figlio di Dio, fatto carne sarebbe morto per liberare l'umanità dal peccato".

Questo primo giorno del Triduo della Settimana Santa, rappresenta un momento di incisiva riflessione per ogni cristiano, che ritrova la propria vera essenza in Cristo, figlio di Dio, il quale come uomo sente tutto il peso, l'angoscia e l'amarezza del calice che si accinge a bere, ma nel contempo dà l'evidente testimonianza della forza dello Spirito che vince sulla debolezza della carne.

Tipico subbulkre del Giovedì Santo 
In età Barocca, si venne a plasmare l’ idea di allestire gli altari a simulazione del sepolcro di Cristo, effimere costruzioni teatrali all’interno di ogni chiesa, con al centro il tabernacolo, ornato di luci e fiori, che ospita i tredici piatti dell’Ultima Cena.
Facevano parte dell’ allestimento anche piantine di legumi, grano e orzo, che seminate il giorno di Mercoledì delle ceneri, e tenute in penombra in casa sotto i letti, negli armadi e nelle credenze per tutti i quaranta giorni della Quaresima, fino al Giovedì Santo, crescevano sottili e prive di clorofilla, conferendo al fogliame il classico colore bianco o giallo paglierino.
Queste piantine sono denominate in dialetto canosino “li sebbulkre”, o meglio questo è il nome attribuito ai vasi e piatti in cui crescono queste piantine, che a processo ultimato vengono inserite nell'allestimento dei Sepolcri delle diverse chiese, quale tributo dei fedeli.

Tutto questo tende a creare un’atmosfera alquanto suggestiva, in cui è possibile assaporare una particolare aria di sacralità che anticipa il sacrificio del Figlio di Dio; un'atmosfera che si fonde alla tradizione consolidata dei cittadini, che in particolar modo a Canosa, visitano quasi come se fosse una sorta di pellegrinaggio in itinere, le chiese della città, categoricamente in numero dispari.

Infatti secondo la tradizione le chiese che i fedeli devono visitare per adorare l’ Eucarestia devono essere tre, cinque o sette, così di uguale numero devono essere le preghiere che il fedele deve assolvere al loro interno.
Sovente alcune vie che portano agli ingressi delle chiese, che per l’ occasione rimangono aperte per tutta la notte, sono illuminate da ceri e candele, e sui balconi che si affacciano a queste, vengono stesi panni e lenzuola rigorosamente bianchi, che secondo la tradizione, dovevano indicare alla Madonna la via giusta da perseguire per raggiungere suo figlio.

Altari dei Sepolcri a Canosa di Puglia

La Madonna du tuppe tuzzele, un tempo
in processione per le vie di Canosa, durante
la sera del Giovedì Santo.
Quest’ultima usanza, riconduce ad una tradizione sacra canosina, di cui ormai rimane solo qualche vecchio ricordo nelle menti dei più anziani: la processione della “Madonna du tuppe tuzzele” altrimenti chiamata “l’Addolorata del Giovedì Santo”, di cui ormai non ne è più venerato il culto.
Anche questa Madonna segue l’iconologia dell’Addolorata portando nel grembo un pugnale d’argento, e vestendo un abito luttuoso ricamato con fili d’oro e pietrine colorate, così come il velo. Tra le mani il candido fazzoletto ricamato custode delle lacrime versate.

Ancora oggi la memoria popolare rievoca nella cristianità questa processione, che si svolgeva non solo a Canosa di Puglia, ma anche in altri paesi pugliesi fino alla seconda metà dell’ 900.
La denominazione nella radice onomatopeica rievoca la figura di Maria Addolorata che in cerca del figlio Gesù, “tuzzelève”, cioè bussava alla porta delle chiese.

Secondo fonti orali ad opera di alcuni testimoni dell’evento, l’Addolorata del Giovedì Santo, usciva dal Carmine, indirizzata verso la Cattedrale di San Sabino, dove una volta giunta, bussava per onorare il figlio. L’altra Addolorata (l’Addolorata portata ancor oggi in processione, nel Venerdì antecedente alla Domenica delle Palme), invece usciva dall’Oratorio di San Biagio.

Le due effigie sacre, si incontravano e sostavano presso Palazzo Rossi al Corso San Sabino, dove un gruppo di operai, “i cantori di San Biagio”, esprimeva la preghiera con canti popolari.

Sicchè mentre la Madonna du tuppe tuzzele si dirigeva in Cattedrale dove prima di entrare, nel bussare veniva accompagnata da alcuni cavalli, che venivano fatti inginocchiare davanti al portale, l’Addolorata di San Biagio invece proseguiva per tutte le chiese accompagnata dai gruppi oranti, costituiti da famiglie, e diversi gruppi di preghiera, così come avviene oggi nella sera del Giovedì Santo per la visita dei Sepolcri.

domenica 17 novembre 2013

Il Museo Paleocristiano della Cattedrale e la disastrosa corsa ai ripari per l'arrivo del Ministro Bray

Massimo Bray, Ministro del MIBAC sotto il Governo Letta. 
Da storico dell’arte e da canosino ho assistito al tripudio suscitato dalla presenza nella mia città, Canosa di Puglia, del Ministro per i Beni e le Attività Culturali, Massimo Bray e del Professore Fabrizio Bisconti, Sovrintendente alle Catacombe della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra del Vaticano, nonché mio professore di Iconografia cristiana e medievale, venuti per partecipare al convegno “La valorizzazione dei beni culturali come motore di crescita economica. I Tesori di Canosa di Puglia” tenutosi in data 16 novembre.

Da cittadino canosino, sono stato entusiasta della loro visita e dell’intervento appassionato – ma anche diplomatico ad onor del vero – del Ministro, che ha riconosciuto l’importanza artistica ed archeologica del meridione: una realtà da valorizzare al meglio, all’insegna dei rispetto per l’arte e per la cultura.

Palazzo Fracchiolla Minerva, sede del Museo Paleocristiano
della Cattedrale, Canosa di Puglia
Da storico dell’arte invece, devo ammettere che i miei sentimenti si sono divisi: da un lato ho ammirato meravigliato le opere d’arte appartenenti al “tesoro” della Cattedrale e mi sono ritenuto orgoglioso di quanto custodito dalla mia città; dall’altro però, sono rimasto esterrefatto nel dover constatare il modo in cui è stato organizzato e gestito un museo, costretto all’ultimo minuto ad una pre-inaugurazione di forma, per l’arrivo delle alte cariche.  

Infatti, dopo mesi e mesi passati a discutere anche animatamente sulla dislocazione di un nuovo museo e sulla concessione di fondi per la sua apertura, probabilmente non è stata la migliore delle soluzioni “arrangiarsi” per come si poteva nell’adibire il centrale Palazzo Fracchiolla Minerva a Museo Paleocristiano della Cattedrale.

Dico questo perché nel pomeriggio a seguire la pre-inaugurazione, mi sono recato nell’edificio, curioso di poter finalmente ammirare il crocifisso bizantino in avorio del XII secolo – pezzo forte della mostra - e gli altri meravigliosi beni custoditi, ma ahimé, già nell’attesa di poter salire ai piani superiori nel quale è dislocata la mostra, ho dovuto iniziare a contare gli episodi sintomatici di un’organizzazione poco eccellente.


Teca vitrea con la croce d'avorio. 
Crocifisso con Cristo Sacerdos, XI sec., avorio,
 Museo Paleocristiano della Cattedrale, Canosa. 

Perché un’organizzazione la reputi poco eccellente quando una delle guide si affaccia per le scale con una faccia infastidita e preoccupata dalla fila corposa nell’atrio e inizia a gesticolare e consigliare ad alta voce ai suoi colleghi gestori della fila, di mandare i visitatori nello shop, manco se questi fossero pecore al macello; perché un’organizzazione la reputi tale quando la stessa guida non ti da modo di poter guardare come dio comanda un pezzo della collezione, intimandoti di raggiungere per forza di cose il gruppo: in qualunque museo, il visitatore ammira per quanto tempo vuole ciò a cui è interessato, senza se e senza ma; perché un’organizzazione non la reputi tale quando la guida ti descrive un’esemplare stupendo di Cristo Sacerdos come Gesù che sta dormendo, non accenna quasi mai alla datazione delle opere e si chiede addirittura se una pittura su carta da parati possa essere o meno un affresco.
Ma certo che una pittura su carta non è un affresco! Una guida turistica dovrebbe saperlo!

G. Paloscia, Volta delle stanze del Palazzo Fracchiolla Minerva, XIX sec., pittura su carta da parati, Canosa. 

Una davvero rammaricante lacuna quella organizzativa che dimostra come probabilmente Canosa ancora una volta, non fosse pronta all’evento di oggi. Peccato, perché i beni esposti sono di un valore artistico inestimabile, dalla croce greca in avorio già ricordata (oggetto liturgico rubato nel 1983 dalla Cattedrale e recuperato a Parigi nel 2008), ai guanti appartenuti probabilmente a Papa Pasquale II (fine XI secolo); dai codici miniati in pergamena e vello dei XIV secolo al flabello in pergamena dipinta e manico in legno inciso, probabilmente databile al XIII secolo.


Guanti di Papa Pasquale II, XI sec.
lana e seta, Museo Paleocristiano, Canosa
Flabello, XIII sec., pergamena dipinta e legno,
Museo Paleocristiano, Canosa. 

Codice miniato, XIV secolo, pergamena,
Museo Paleocristiano, Canosa. 
Codice miniato, XIV secolo, pergamena,
Museo Paleocristiano, Canosa 

In conclusione però quella di oggi era solo una pre-inaugurazione: la metà delle vetrine vuote, perché non ancora allestite, parlava chiaro. Quindi, c’è ancora speranza che per l’inaugurazione, quella ufficiale, l’organizzazione, la gestione e la location risultino impeccabili; perché il patrimonio museale e la città sono artisticamente di spessore e senza dubbio meritano un trattamento decisamente migliore di quello a cui ho assistito nella mia visita.


giovedì 19 settembre 2013

Il ritrovato affresco bizantino della Crocifissione, nella Concattedrale di San Sabino a Canosa di Puglia

Cattedrale di S. Sabino,
VII sec. - XX sec, Canosa di Puglia,  
Passeggiando per le vie del centro della mia città natale, Canosa di Puglia, già teatro di svirgolettate a carattere artistico ed archeologico, ho ammirato estasiato il Mausoleo di Boemondo, la cui cupola era stata oggetto di una mia svirgolettata che indagava le politiche architettoniche applicate alla sua modificazione da piramide ottagonale a semisferica; ragion per cui, trovandomi a pochi passi dalla concattedrale annessa, ho deciso di ritornarci per scrutarla con occhio critico.

La Concattedrale nonché Basilica di San Sabino fu edificata in età longobarda  tra il VII e l’VIII secolo per volere del duca Arechi II e dedicata inizialmente ai Santi Giovanni e Paolo. Fu solo nel 1102 ad opera di papa Pasquale II, che la stessa cambiò dedicatario, essendo intitolata a San Sabino, il vescovo canosino vissuto nel VI secolo a stretto contatto con l’imperatore Giustiniano.

Raffigurazione della Trinità in una delle
cappelle della cattedrale, affresco.
Entrato quindi nell’edificio sacro, sorvolando sulla simpatica interpretazione iconografica che il pittore degli affreschi nella cappella cinquecentesca che ospita l’Icona della Madonna della Fonte, ha dato alla Trinità, raffigurando Dio come il massonico triangolo con al centro un occhio, sono rimasto estasiato dall’affresco chiaramente di fattura bizantina, presente sul muro che divide la parte destra del transetto dalla sacrestia.

Non ricordavo di quell’affresco e la cosa mi è sembrata molto strana. Non capita spesso di poter ammirare un dipinto murale bizantino così esteso, per altro raffigurante la Crocifissione. Non in Puglia almeno. Così, incuriosito da quella meraviglia mai notata, documentandomi a dovere ho quietato il mio animo nell’attestare che in realtà, l’affresco è scoperta del febbraio 2013, per cui in un certo qual modo, mancando dalla concattedrale da almeno un paio d’anni, era giustificabile la mia ignoranza in materia.

Crocifissione (particolare), XI - XII sec.,
Cattedrale di S. Sabino, Canosa di Puglia. 
L’origine di tale scoperta, da parte dell’architetto Michele Meduni, ancora una volta si deve alla ricerca archivistica presso l’Archivio Centrale dello Stato, nel Fondo della Direzione Generale di Antichità e Belle Arti, Divisione I 1891 – 1908. Una dimostrazione di quanto lo Stato debba investire nella ricerca storico – artistica per riscoprire, rivalutare, tutelare e valorizzare beni di inestimabile valore che probabilmente sino a qualche decennio fa non erano considerati tali.

Progetto per la modifica della cupola
del Mausoleo di Boemondo, 1908, ACS, Roma. 
Infatti, dai documenti analizzati dall’architetto, pare che tra il 1889 ed il 1908, la concattedrale canosina fosse cantiere aperto finalizzato alla ristrutturazione della fabbrica, - proprio negli stessi anni delle rivalutazioni riguardanti la cupola del Mausoleo di Boemondo – sotto il comando di Pasquale Malcangi, che denunciò la presenza dell’affresco alla Sovrintendenza ai monumenti di Napoli e del Meridione, tenuta da Adolfo Arena.

Questi però su comando del Ministero della Pubblica Istruzione, che aveva valutato l’affresco come pittura rupestre di un periodo decadente, non avente valore storico artistico e vigente in uno stato di degrado avanzato, concesse l’intonacazione della parete. Intonacazione che ha portato alla copertura del magnifico affresco sino ai giorni nostri.

Cantiere per il recupero dell'affresco della Crocifissione, nella
Cattedrale di San Sabino a Canosa di Puglia. 
Recuperato in buona parte, la pittura murale è databile intorno all’XI-XII secolo e raffigura una crocifissione che, probabilmente era parte integrante di un ciclo di altre pitture, in cui secondo i documenti visualizzati dal Malcangi, spiccherebbero due simboli individuabili nel sole e nella luna.

Ad oggi è possibile, percorrendo la navata laterale della concattedrale, poter ammirare il braccio destro del Cristo crocifisso, l’Angelo sul braccio della croce, e parte del popolo assistente al sacrificio; temi e personaggi questi, che rappresentano un unicum nella pittura bizantina pugliese.

Quindi, l’affresco della Crocifissione, non fa altro che testimoniare ancora una volta l’importanza rivestita nell’alto medioevo da Canosa, che nella stessa concattedrale custodisce perle storico artistiche come la cattedra vescovile di Romualdo ed il pulpito di Acceptus, entrambi dell’IX secolo, e ancora, come la porta bronzea normanna, di Ruggero di Melfi. 

Acceptus, Ambone, XI sec.,
Cattedrale S. Sabino, Canosa.
Romualdo, Cattedra, XI sec.
Cattedrale S. Sabino, Canosa.
R. di Melfi, Porta Bronzea, XII sec.
Mausoleo di Boemondo, Canosa. 

domenica 1 settembre 2013

Un monumento dimenticato dalla storia: l'Ipogeo Monterisi - Rossignoli a Canosa di Puglia

La svirgolettata di oggi, posso asserire essere un articolo deciso a quattro mani assieme all’amico Francesco Pastore, intervistato già da me per la rubrica Giovani Talenti, che già si è occupato sul suo blog A destra e a manca, di quanto sto per raccontare.

Avendo improntato la mattinata della prima domenica di settembre, a scoprire e denunciare realtà di degrado riguardanti beni culturali e monumenti di sommo pregio della nostra città, Canosa di Puglia, seguendo una scia che già ha denunciato recentemente la gestione di Palazzo Sinesi e dei reperti nella villa comunale, ci siamo recati in compagnia di altre due ragazze, - Alessia, con cui Francesco gestisce il suo blog e Mariella, sua sorella e mia amica – sul sito dell’Ipogeo Monterisi Rossignoli.
Una struttura, la suddetta, che è già è stata ben raccontata nell’articolo “Canosa di Puglia:Ipogei Monterisi Rossignoli” di A destra e a manca, e che abbiamo scoperto vigere in uno stato pietoso di deperimento.

Ingresso dell'Ipogei Monterisi Rossignoli.
La storia dell’Ipogeo è presto detta:
“Il 25/09/1813 il contadino Monterisi D'Alesio, nell'eseguire lo scavo di una cantina nel terreno di sua proprietà, s'imbatté casualmente nella volta dell'ambiente principale dell' ipogeo che fa parte dell'impianto di tombe che abbracciano più camere. L’ipogeo e' ricavato nel banco naturale di tufo ed il suo accesso era costituito da un dromos a gradini che portava all’ipogeo, composto da un vestibolo e da una cella orientata ad ovest a pianta rettangolare e col soffitto a doppio spiovente. Il vestibolo era sostenuto al centro da due pilastri quadrati. Notevole l'apparato decorativo, costituito da due cavalli marini scolpiti negli orli laterali della volta. Il letto funebre era ricavato nel tufo ed era decorato con rilievi di animali.”

Come storie di secoli di anarchia burocratica e legislativa in ambito di beni culturali insegnano, i reperti riscontrati allora nell’ipogeo, furono sequestrati da personalità influenti del luogo e inviati o venduti presso altri enti museali e collezioni private: Alcuni di questi reperti configurano tutt’oggi nella collezione  Antikensammlungen di Monaco, poiché un tempo venduti a Ludwig di Baviera.

Altri invece, furono recapitati a Napoli, di cui si contano due vasi a figure rosse, una patera con manico antropomorfo e una corazza divisa in due sezioni; ancora due elmi, uno schiniere e un frontale di cavallo, altri cinque piccoli vasi e due di grandi dimensioni.
E sempre a Napoli, oltre ai vasi ricordati furono portati anche alcuni rilievi che ornavano l'interno dell'ipogeo, ricostruendo la tomba a grandezza naturale.

Interno Ipogei Monterisi Rossignoli
Detto ciò, dell’ipogei non ne rimane quindi che la struttura, che comunque rivela essere un ottimo esempio di  edificio tombale risalente al IV sec. a.C, la cui tomba è preceduta da un ripido dromos a gradini che porta al vestibolo con al centro due pilastri. La camera sepolcrale peraltro, ha una copertura a doppio spiovente con una trave centrale e travicelli laterali scavati nel tufo e tre pilastri sui lati lunghi.

Dopo un preambolo così nobile, come nobile è la realtà legata all’arte ed all’archeologia canosina, passiamo alla critica. Una critica che rivela ora come ieri, una pessima amministrazione dei siti culturali del paese: da canosino orgoglioso non è mai facile denunciare la cattiva gestione di musei, monumenti, siti e oggetti d’arte, ma la denuncia è la giusta via da perseguire per una corretta informazione su quanto il mio paese ha da offrire, ma nasconde visibilmente al turista medio.

Arrivando all’ingresso dell’Ipogeo infatti, ci siamo dovuti tutelare dall’attacco di cimici, pulci e pidocchi, imbragandoci le gambe con buste di plastica e indossando cuffiette per la doccia usa e getta; ancora ci siamo dovuti districare nel ripido e scivoloso dromos, priva di appigli per giungere al vestibolo.

E lì la sorpresa è stata tanta, quando, dopo aver visto le immagini di rito dei diversi siti internet che raccontano un ipogeo ben tenuto, curato e rispettato, ci siamo ritrovati in un luogo ameno, infestato da insetti, contenente tufi accatastati che non permettono di poter ammirare a 360° la struttura, pozzanghere melmose e immondizia varia.

Ipogei Monterisi Rossignoli, come illustrato da siti e cartelloni locali

 
Ipogei Monterisi Rossignoli, come illustrato da siti e cartelloni locali
Un bel peccato, considerando le incisioni illeggibili già oggi, ma sicuramente scomparse domani; un dispiacere, volgendo gli occhi alle due sculture raffiguranti un leone e un cinghiale, di cui quest’ultimo in un evidente stato di deturpazione irreversibile.


D’altronde proprio come ha ammesso Francesco nel suo articolo succitato, di questo passo dovremmo ritenerci fortunati ad aver potuto godere di questa meraviglia oggi, dato che forse domani sarà troppo tardi per preoccuparsi di preservarlo dalla noncuranza di cui ha goduto per un secolo. Se vi va, se anche voi volete goderne, fateci un salto. Ma prima munitevi di sacchetti di plastica e nastro adesivo, cuffietta ed uno spray antisettico.   

sabato 31 agosto 2013

Il museo Palazzo Sinesi a Canosa, ci apre le porte: ma sarebbe stato meglio se le avesse tenute chiuse

Passeggiando tranquillamente per il centro di Canosa durante una classica mattinata soleggiata di fine agosto, trovandomi a transitare dinanzi al portone del Palazzo Sinesi, una struttura che ospita importanti raccolte di vasi, monili e reperti antichi, ho ben pensato di farci una capatina furtiva, così da poter integrare con il mio punto di vista, la svirgolettata su una delle realtà (o almeno dovrebbe essere tale) più concrete della mia terra.

Già qualche ora prima, mi ero piacevolmente trattenuto con una cara amica, nella villa comunale, che era già stata oggetto di una mia osservazione per via delle are, delle steli e dei capitelli lasciati incuranti al degrado ed all'azione vandalica (vedi svirgolettata); quindi non mi sarebbe dispiaciuto trovar la controprova alla mia idea di fondo per cui, in linea di massima, il nostro stato non sa valorizzare l'arte che custodisce. 

Per chi non fosse habitué del mio paese di origine, è giusto spiegare che (e cito come da fonte):
Palazzo Sinesi è un edificio privato del XIX secolo, di proprietà del Ministero dei Beni Culturali, destinato dal 1994 a spazio espositivo per mostre tematiche e temporanee. È la sede della Fondazione Archeologica Canosina e sede di supporto della Soprintendenza ai Beni Archeologici della Puglia. Il palazzo non è una vera e propria sede museale, ma ospita, assieme all’esposizione permanente di una collezione privata di ceramiche canosine e daune, mostre tematiche temporanee, l’ultima delle quali si occupa di Canosa in età romana. La creazione di questa sede espositiva vuole anche sensibilizzare il pubblico sulla drammatica dispersione di materiale archeologico locale a causa di saccheggi e immissioni clandestine di reperti nel mercato antiquario.
[Fonte: viaggiare in Puglia‎]

Palazzo Sinesi a Canosa. 
Ed infatti, Palazzo Sinesi quale luogo di “deposito” (giacché di musealizzazione a quanto pare non si può parlare) di reperti archeologici, è una realtà ragionata già dal 1992, quando a Bari si tenne una mostra dal titolo “Principi, Imperatori e Vescovi”, che raccoglieva quasi totalmente la suppellettile canosina di età dauno – romana. Un monito significativo al fatto che, per quanto Canosa già dal 1934 avesse all’attivo un Museo Civico Archeologico, sito a Palazzo Casieri – attualmente la sede del museo è a Palazzo Iliceto – la città non godesse di un vero e proprio punto di riferimento, che raccogliesse sotto si sé quanta arte sia stata prodotta nei secoli della civiltà classica.

Con tali premesse quindi, mi sarei dovuto aspettare di riscontrare nel palazzo attenzioni particolari volte alla tutela ed alla valorizzazione di quanto abbiamo da offrire, dato lo scopo primario della sua fondazione; devo ammettere per altro che ci ero stato da piccolo per mia volontà – già, ero un bambino strano, mi piaceva l’arte e andavo per musei e biblioteche – e allora non mi era parso affatto mal tenuto o mal gestito.  Cosa confermatami dal virtual tour dello pseudo – museo, che è possibile fare sul sito Virtual Tour.

Però, purtroppo, lo spettacolo che si è presentato oggi ai miei occhi, è stato ben diverso da quanto credevo: entrando mi sono imbattuto in un atrio ospitante vasi antichi e suppellettile, lasciato in balìa di se stesso, non sorvegliato da telecamere o custodi di alcun tipo. E ancora, in bella vista, cartoni da imballaggio e polvere e scope nascoste dall’anta del portone; la stessa che viene lasciata spalancata nonostante l'atrio ospiti un affresco romano, che sicuramente non merita ogni sorta di aggressione climatica che ne può scaturire da simili scellerate decisioni. 

Vaso appulo, ritrovato nella Tomba Varrese
a Canosa di puglia.
Per non parlare delle stoviglie e dei reperti in vetrina, accatastati l'uno sull'altro, senza alcun cura; ignoranti probabilmente del fatto che un possibile terremoto di magnitudo e intensità media, potrebbe provocare un disastro ad effetto domino tra un piatto e l’altro. 

Dopo aver visto ciò e aver fotografato, ho preferito andare via. E vi dirò di più! Azzardo nel dirvi che non mi stupirei se qualcuno un bel dì arrivasse di tutto punto con un martello, squarciasse le vetrine e facesse incetta di ogni bene; che tanto, con la scarsa attenzione di cui gode il sito, ogni reperto è ben che espatriato illegalmente prima che qualcuno se ne accorga.


Capisco che non sia un museo ufficiale Palazzo Sinesi, così come ammetto di essermi fermato solo all'entrata senza esser salito ai piani superiori, probabilmente meglio amministrati. Ma signori miei, quant'è vero il detto che spesso sono le prime impressioni quelle che contano? E dico ciò in quanto, proprio perchè Palazzo Sinesi è la realtà più concreta testimoniante il valore di Canosa quale città archeologica più importante della Puglia, dovremmo curarlo nel minimo dettaglio e spenderci dietro energie ed investimenti.

Perché per tenerci stretti quei pochi turisti che si presentano alla nostra porta, dovremmo accogliere loro con un "tappeto rosso", un "buongiorno - good morning - guten morgen - bonjour" e non con il silenzio catacombale del menefreghismo e cumuli di polvere tenuti su da una scopa ormai inutilizzabile.

Situazione attuale e allestimento dei reperti archeologici

martedì 7 maggio 2013

Quando la cupola del Mausoleo di Boemondo era una piramide ottagonale.


Tra i monumenti più ammirati del centro storico di Canosa di Puglia, vi è il Mausoleo di Boemondo, costruito nel XII secolo in onore di quel principe normanno che tanto contribuì alla costruzione della Cattedrale di San Sabino, consacrata da Papa Pasquale II nel 1101. E infatti proprio a ridosso di questa, si sviluppa il suo Mausoleo. 

Cupola emisferica del Mausoleo di Boemondo, XII sec, Canosa.
La sua calotta emisferica di marmo Paros, molto suggestiva e caratteristica, però non ha da sempre mantenuto la forma che attualmente presenta. Da una schedatura redatta da Canosa Web, (vedi qui  l'articolo) infatti risulterebbe che "dal tamburo si diparte una cupola semisferica, frutto di un rifacimento del 1904, dopo che durante un restauro, la cupola originale di forma piramidale a base ottagonale, fu fatta crollare dall'allora responsabile dei lavori Ing. Volpicella".

Rimasto un po' deluso da quanto raccontato, un po' perché si è consegnato alla figura dell'Ingegner Volpicella una colpa che non ha, un po' perché la nota non rende giustizia all'aneddoto, tenterò di riportare alla luce e spiegare nel modo più chiaro e completo possibile, attraverso una lucida analisi dei documenti custoditi all’ACS, tutta la diatriba nata nel 1901 a fronte dei nuovi restauri da effettuarsi al mausoleo, per cui appunto, era da decidersi la forma da addurre alla cupola che culminava la struttura architettonica. 

Progetto della modifica della Cupola del
Mausoleo di Boemondo, 1901, ACS, Roma. 
Tutto parte da una lettera inviata alla Direzione Generale di Antichità e Belle Arti, dall’Ufficio Regionale per la Conservazione dei Monumenti delle province meridionali, datata al lontanissimo 11 maggio 1901, per cui, secondo questi, la suddetta in origine aveva forma di cupola ed era adorna in alto, con una pigna di marmo, come attestato dalla tavola dello Schulz, che la descrisse emisferica nel 1840, quando la illustrò nella tavola IX, dell’atlante “Denkmaler der kunst des mittelalters in Unteritalien”.

Pare che la cupola, nei diversi restauri effettuati dal 1845 sino a quella data, fosse stata quindi trasformata in piramide ottagonale e la pigna marmorea sostituita con una croce latina, falsando così il carattere storico del monumenti; cosa confermata sul piano pratico, quando all’effettuazione dei lavori, procedendo agli scandagli, proprio nel 1901, si scoprì, muovendo l’ammasso della malta, che la forma della cupoletta ritenuta per alcuni da sempre piramidale, era originariamente ellissoidica.

Grande importanza, in mancanza di documenti significativi che attestassero il restauro del 1873, fu data quindi alla testimonianza di alcuni operai canosini, tal Michele Sardella e Giuseppe Caporale, che allora undicenni, assistettero al rivestimento della cupoletta con stucco lucido, ad imitazione del marmo bianco venato, ad opera dello stuccatore tranese Francesco Stringano, sotto la guida dell’Ingegner Tarulli e sotto assenso del comune.

Ciò era stato fatto, perché la cupoletta, esposta alla piogge ed al gelo invernale, si era in più punti avariata. 
E fu proprio in questa occasione che venne soppressa l’antica pigna e sostituita, in cima, con una croce. 
Ovviamente, trattandosi di semplice stucco, dopo un decennio la situazione degenerò ancora, poiché le temute piogge erano riuscite a smantellare la riparazione che si credeva solida.

Fotografia del Mausoleo di Boemondo,
antecedente al 1902.
 
Per cui, successivamente, nel 1889 il Governo si vide costretto ad approvare un nuovo preventivo di restauro, volto a rivestire la cupoletta di lastre di marmo bianco di Carrara; ma ciò non solo creò una sorta di disarmonia cromatica tra il marmo delle pareti del mausoleo di miniera greca, e quello della cupoletta, ma modificò totalmente la forma della struttura, perché da progetto dell’Ingegner Sarlo, questa diveniva appunto piramidale. 
Come se non bastasse, ovviamente, questo provvedimento non portò a conclusioni decisive: l’aggressione climatica intaccò ancora le lastre, che caddero una alla volta al suolo, in frantumi.

Quando la ricostruzione storica, finalmente sembrava concludersi in una risposta esauriente e dimostrabile coi fatti, la svolta che riaccese la lunga diatriba tra gli organi del Ministero, sull’originaria conformazione della cupoletta, arrivò dallo stesso Ufficio, in data 16 gennaio 1902: una nuova ipotesi pose nuovamente tutto in discussione, attraverso una costruzione più filologica possibile, degli eventi che durante gli otto secoli avevano influito sulla cupola.

Paradossalmente, a detta del direttore dell’Ufficio, la disposizione piramidale era la più idonea a relegare il monumento come documento storico: la teoria più valida era quella che la cupola nascesse come piramide ottagonale, ad adagiarsi sul tamburo avente gli stessi lati, in una visione volta a continuare una tradizione bizantina piuttosto che romanica, e quindi rivestita anch’essa di marmo greco, come le pareti.

Ma se così fosse, non si sarebbe potuto spiegare però, perché lo Schulz la descrisse ellissoidica, nel 1840, ben cinque anni prima della lunga campagna di restauri.
Qualcosa non tornava quindi: se la cupola nasceva piramidale, com’era che apparisse ellissoidale allo Schulz?

La risposta fu da riscontrarsi in un’ulteriore ipotesi volta ad immaginare che questo, arrivato a Canosa per studiarne i monumenti, trovò il mausoleo in condizioni non buone, per cui andati in rovina i marmi (come appunto accadde ancora dopo, nel 1889), alla cupola era stato effettuato lo stesso lavoro di stuccatura - poi ripetuto nel 1873 - che probabilmente alterò la forma originaria della stessa.

La conferma di tale ipotesi fu data per di più dalla perizia dello scultore Pasquale Ricca, che nel 1845, a fronte dei restauri al mausoleo, descrisse quella che era la cupola come: “piramide di coronamento dell’edificio”.

Finalmente pareva che ogni dubbio fosse stato degnamente messo a tacere, se non fosse che tra i progetti di quel restauro, c’era l’allora scartato di un certo Architetto Francesco Pinnetti, che riportava tra i materiali facenti parte della cupola, delle piastre di marmo Paros – lo stesso delle pareti – e dei mattoni. 
Mattoni che però non configuravano all’interno della restante intera struttura, e che sempre secondo il Pinnetti si sarebbero dovuti smontare perché fatti di un materiale non resistente al gelo.

Con tale affermazione, il Pinnetti aveva appunto chiarito che quei mattoni non potevano essere assolutamente originari di otto secoli prima, perché non avrebbero mai potuto resistere così a lungo alle intemperie. E ancora per lo stesso motivo, dalla sua relazione si evince che anche la fascia ottagonale di base non è autentica, poiché smontata dalla cattiva presa della malta adoperata. Che non poteva essere quella usata 800 anni prima!

Morale della storia, la cupola originaria non era né piramidale né ellittica. 
Quindi il passo decisivo avrebbe dovuto portare all’individuazione della forma. E questo ci si poteva arrivare semplicemente guardandosi attorno. La forma emisferica di una cupola su tamburo ottagonale è la sola, che si trovi nel periodo storico in cui fu costruito il mausoleo, che riesca a miscelare arte romanica e bizantina: come nella Chiesa di San Pietro ad Otranto o come nella Cattedrale di San Sabino di Bari.

E a tal punto allora, la tavola  tratta dal “Viaggio pittorico attraverso il Regno di Napoli” del Saint Nonn, che mostra la conformazione della cupola a piramide ottagonale, sarebbe da non prendere in considerazione: il monumento si presenta completamente falsato e manca il tetto d’imbasamento al tamburo; per cui o la piramide è inventata o è la riproduzione di un restauro forse settecentesco.

Saint Nonn, Tavola de' Viaggio pittorico attraverso il Regno di Napoli. 

Mentre ancora una volta, in una comparazione di elementi, lo Schulz illustra il mausoleo in una sintesi più accurata e veritiera, relegando appunto alla cupola, la forma emisferica. E tutto questo solo dieci anni più tardi, a dimostrazione di una contemporaneità dei due filologi, che smentisce senza dubbi il Saint Nonn.

Fu questa avvincente teoria che condusse il Ministero a validarla e a permettere che con un aumento – comunque minimo – della spesa, si procedesse all'abbattimento della vecchia cupola piramidale, sotto la direzione dei lavori di Volpicella, ed alla conseguente ricostruzione della cupola emisferica. 
Che è la cupola che vediamo oggi se ci affacciamo dalla balaustra della villa comunale.
Che è la cupola d'altronde che si poteva ammirare 900 anni fa. 
Forse. Chi può dirlo? 

Progetto di rimodellamento della cupola del Mausoleo
Mausoleo di Boemondo, XII secolo, Canosa di Puglia



mercoledì 27 marzo 2013

Religiosità e scienza: i restauri ad una statua processionale raffigurante l'Addolorata


Sin dai primi secoli del Cristianesimo, i fedeli hanno sempre dimostrato un’iconolatria (idolatria dell’icona) di base, quale traduzione materiale della figura divina su un supporto. Così tanto da battersi e muovere rivoluzioni quando si vedeva intaccato il suo diritto a manifestare il proprio credo adorando dipinti, statue e reliquie ritenute sante: celeberrimo è l’episodio riguardante il primo iconoclasta della storia, Leone III l’Isaurico, che convinto che una serie di disgrazie avvenute durante la sua reggenza, derivassero dalla collera divina che non accettava l’adorazione delle immagini religiose (contrarie alle leggi di Mosé), decise di distruggere l'icona raffigurante Cristo, facente parte della porta del palazzo, una delle più venerate nella Costantinopoli dell’VIII secolo, scatenando appunto una rivolta cittadina senza pari sia nella capitale.

Ancor oggi, è difficile decontestualizzare oggetti sacri, icone e statue processuali da discorsi meramente religiosi: proprio queste ultime, nel sud Italia sono così tanto idolatrate, da essere trattate come vere e proprie persone. (Ancora oggi a Minervino Murge, in Puglia, durante la Settimana Santa, la statua della Madonna dell’Addolorata viene vestita del suo abito luttuoso da una donna anziana che deve avere due requisiti di base: essere fedele praticante ed essere illibata).

Nel mio paese di origine, Canosa di Puglia, per effetto di un disciplinamento che ha avuto il suo exploit nell’azione gesuitica post-tridentina, ogni anno in occasione della Settimana Santa, si dimostra un fervido attaccamento alle statue raffiguranti la vergine e Cristo, che girano per le vie. Ovunque è gente che piange, gente che si stringe fazzoletti al petto e invoca la grazia e il miracolo per il parente caro ammalato: l’iconolatria è ancora un fattore fondante della religione.
(A tal proposito vedi articolo La Settimana Santa a Canosa di Puglia)

Questa larga premessa, si è resa necessaria per l’argomento che sto per affrontare: i restauri alla statua della Madonna dell’Addolorata, di Canosa di Puglia. A seguire, decontestualizzerò la statua dal suo ruolo di raffigurazione materiale della divinità, per riportarla a quello che tra le righe non ha smesso mai di essere: un’opera d’arte. Che in quanto tale va preservata e conservata anche attraverso i restauri.

IL TESTO A SEGUIRE PRESENTERA' IMMAGINI E DEFINIZIONI CHE POSSONO TURBARE LA VISIONE DEL LETTORE. 

La statua, più propriamente un manichino vestito dei relativi abiti, si erge per 163 cm, escludendo la base processionale.
Essendo un manichino, la scultura è composta da un mezzo busto in legno, con braccia snodabili nelle quali, attraverso un perno metallico, sono conficcate le mani.
L’intero busto a sua volta è avvitato ad un supporto ligneo, di sezione ovaliforme, la cui struttura cerca di imitare il volume di una veste.

La statua, della seconda metà del ‘700, è opera di uno sconosciuto artefice napoletano, che la eseguì su committenza. Il modello di questa scultura è molto ricercato, in sintonia col dramma appena perpetrato al proprio figlio e manifesta un evidente aspetto esangue e viso pallido.

Sia la statua, che la base processionale in legno dorato risalente alla seconda metà dell’800, sono state sottoposte a restauro rispettivamente dai dottori Giovanni Boraccesi e Valerio Jaccarino, che hanno riportato il complesso all’antico splendore  nel 2002; restauro reso necessario a causa di talune manomissioni apportate nel tempo. 

La statua dell'Addolorata di Canosa, prima del restauro
Dalla relazione sul restauro effettuato è stato possibile conoscere sia lo stato antecedente che il procedimento volto a rendere come nuova la statua in esame. A seguire riporto stralci e sunti della relazione del restauratore Borraccesi:

Da tale analisi, si è evinto che l’impronta lasciata da vecchi e malfatti restauri e da apporti posteriori alla creazione della statua, avevano lasciato un segno altamente negativo. Le mani dell’ Addolorata, infatti, erano completamente ridipinte a smalto, mentre il volto appariva alterato sia dal sudiciume, che da una vistosa fenditura posta all’ altezza della tempia sinistra. 
Una lunga parrucca, per nulla originale, era incollata sul capo della Vergine; qui inoltre, erano presenti diversi fori utilizzati sia per fermare il manto, sia per trattenere l’ aureola metallica. 

Dopo aver eseguito la normale documentazione fotografica, si è dapprima proceduto all’eliminazione delle vesti, ed allo smontaggio del busto dal supporto sottostante. La rimozione della parrucca, ha permesso la forte rivalutazione della plastica della statua, dal momento che ha visto il riapparire dell’ originaria capigliatura intagliata nel legno. 
Pur non presentando tarli, la statua è stata tuttavia sottoposta a disinfestazione, usando dei prodotti antitarlo. A seguire, la fase di pulitura, rimuovendo mediante una soluzione di acqua e ammoniaca, tutto lo sporco e le ridipinture.

La statua dell'Addolorata di Canosa, dopo il restauro.
Le diverse lacune sono state dapprima riempite con impasto di polvere di legno e di prodotto vinilico, e dopo stuccate con gesso e colla di coniglio.
Attraverso l’ uso dei colori a vernice, sono state riprese le parti danneggiate. Infine è stata data una verniciatura finale di protezione a conclusione dell’ intervento di restauro sulla statua.

Anche la struttura lignea della base processionale, realizzata nella seconda metà dell’ 800 con la tecnica della doratura a foglia oro (La doratura a foglia oro, è un processo di decorazione ornamentale usato su diversi materiali e con diverse tecniche per impreziosire un oggetto tramite l'apposizione di un sottilissimo strato di oro, detto foglia), presentava uno stato di conservazione precario. 

Interamente ricoperta da una vernice oro sintetica, nel corso del tempo, ha subito numerosi rimaneggiamenti. Su di essa, erano stati sovrapposti, svariati strati di doratura, che occultavano e rendevano pesanti i fregi intagliati.
Un’ accurata pulitura, ha messo in evidenza la struttura lignea originale, ormai abrasa e priva della sua doratura. Le lacune sono state stuccate e rasate, e successivamente si è proceduto alla fase preparatoria per la nuova doratura, con la tecnica del bolo armeno. dato a pennello come base. 

Base processionale prima del restauro. 
Base processionale dopo il restauro




In ultimo sono stati applicati i fogli d’oro, con una missione adesiva. (La missione è uno speciale composto usato per applicare la doratura su parti ridotte. È necessario isolare il fondo della tavola con qualche stesura di colore acrilico, da levigare una volta conclusa la applicazione. La missione è una colla di olio di lino, resina e pigmenti, che va distribuita con cautela in una o due mani, usando un pennello piccolo e morbido).

Addolorata di Canosa di Puglia a restauro completato.
Addolorata di Canosa di Puglia in tutto il suo splendore

Ad oggi, dopo undici anni da quest'ultimo restauro, la statua dell'Addolorata è stata condotta in processione per le vie del paese nel suo più fulgido splendore, a dimostrazione che anche se con una giustificata reticenza di fondo, accettare un compromesso che vede la convivenza di religiosità, scienza e tecnica, non fa poi così male.