martedì 27 agosto 2013

Giovani Talenti: Francesco Pastore


La straordinarietà delle persone, spesso non è legata direttamente alla carriera lavorativa, quanto al senso civile, alla cultura ed alla disciplina che le caratterizza.
È il caso di Francesco Pastore, laureando in Ingegneria Civile presso il Politecnico di Bari, che, tra i diversi impegni legati alla sua carriera universitaria, si destreggia nell’amministrazione di un blog davvero di qualità assieme alla sua fidanzata Alessia, ed al contempo si occupa (e si preoccupa) di sensibilizzare il popolo della sua città di origine ed in cui risiede, a comportamenti civili ed alla consapevolezza del patrimonio culturale di appartenenza.
Dico questo perché, essendo riconosciuta Canosa di Puglia, quale la più importante città archeologica della Puglia, così allo stesso tempo come una delle città in cui vige sino all’estremo un’anarchia di fondo se rapportata al modus vivendi della popolazione, spesso mi è capitato di rapportarmi a lui e conoscere progetti e idee volte al disciplinamento del cittadino medio.


D: Come anzidetto, una delle pecche della città in cui risiedi(amo) è appunto data dal mancato disciplinamento della popolazione ad un’educazione civica ed ambientale basata sul rispetto verso il prossimo. Ricordo a tal punto una discussione che riguardava una zona verde della zona 167 della città, inondata di bottiglie e immondizia, nella quale esponevi un tuo progetto volto ad una significativa dimostrazione del modo giusto di rapportarsi al problema, mettendoti in prima fila nella raccolta dell’immondizia da differenziare, documentando l’avvenuta pulizia e postando le foto sul gruppo ufficiale dell’amministrazione di Canosa, per dare il buon esempio al prossimo.
Cosa che mi porta a chiederti, notando una sviluppata coscienza legata al territorio: a tuo parere quali sono i punti deboli della città, ai quali l’amministrazione odierna dovrebbe porre attenzione?

R: Per onestà intellettuale è giusto precisare che l’iniziativa di cui si parlò in quella occasione è rimasta, a distanza di un mese, un chiacchiera da bar, a causa di impegni personali miei e di chi cercai allora di coinvolgere. Ma cercheremo di realizzarla, quanto prima. Tanto l’immondizia non manca.
Veniamo alla domanda. Con tutta franchezza ritengo che il punto debole di Canosa siano proprio i canosini, poco inclini al cambiamento, poco dotati di senso civico, perennemente in attesa di un intervento dall’alto (lo Stato? il “Comune”? Dio?) quasi fossero ospiti e non padroni della terra che calpestano. Un esempio a caso: ricordi il corteo per l’inceneritore? Quanti di quei presunti “ambientalisti” stanno ora svuotando spazzatura nelle periferie, magari per ripicca nei riguardi di un servizio di raccolta differenziata non condiviso o ritenuto insoddisfacente? E te li vedi che inveiscono contro chi amministra, a prescindere. Non è un problema di amministratori (che pure hanno avuto e certamente continueranno ad avere le loro lacune) ma di mentalità degli amministrati, su questo come su altri temi: l’archeologia abbandonata a se stessa (l’investimento dei privati, altrove presente e capace di produrre posti di lavoro e ritorno economico, qui a Canosa si ferma all’illuminazione della festa patronale); l’agricoltura orientata solo alla produzione di materia prima, con una perenne incapacità di chiudere la filiera a tutto vantaggio delle cantine e gli oleifici del Nord Italia; il lavoro nero, di cui tutti si lamentano come operai, ma a cui tutti fanno ricorso in veste di datori di lavoro. Poi c’è il settore industriale che, salvo sporadici esempi, praticamente è inesistente. Potrò sembrarti pessimista, ma qui le cose non cambieranno mai.
L’idea di raccogliere l’immondizia,visto che l’hai tirata in ballo, vuole essere un graffio nella coscienza di molti. Ma temo che, se mai qualcuno se ne accorgerà, finirà col pronunciare la classica frase: “ma a quelli chi gliel’ha fatta fare?”.   


D: Il fil rouge che unisce questa e le altre interviste è la domanda sul rapporto con il territorio. Sono del parere che il territorio formi, motivi, educhi e plasmi in qualche modo alcuni lati del carattere di una persona. Quanto ha inciso sul tuo essere, la terra in cui sei nato e hai vissuto? Qual è il rapporto che vivi con il paese in cui risiedi?

R: Come certamente avrai capito, il rapporto con il mio (amato) paese è tremendamente conflittuale. Hai presente la canzone “Pietre” di Antoine? Ecco, potrebbe essere la colonna sonora della vita qui a Canosa. Però se ci si rassegna alla realtà, se ne viene inghiottiti: da questa constatazione è nata, quindi, la mia volontà di diventare (ormai a breve) ingegnere, pur essendo (come ben sai) figlio di un contadino. Ma non dimentico da dove vengo: ogni anno a settembre la vendemmia la vivo da protagonista. Meglio, da umile operaio.


D: D’altronde il tuo interesse verso il territorio in cui vivi, si dimostra nella tesi intrapresa per il conseguimento della laurea triennale, in cui approfondisci gli studi sulla calcarenite di Canosa e sulla presenza di cavità sotterranee nella zona.
In che modo il territorio ha influito in secoli di popolamento della città? Su quali particolari elementi si è svolto il tuo lavoro?

R: Vedo che sei ben informato. Sostanzialmente il problema delle cavità è riassumibile nel seguente schema: chi abitava in superficie se ne fregava di chi scavava in sotterraneo; chi scavava, a sua volta, se ne fregava di chi abitava in superficie. In perfetto stile canosino, insomma. Agli inizi (almeno a partire dal Seicento, stando ai documenti storici da me consultati, ma certamente da molto tempo prima), quando la popolazione viveva arroccata sul Rione Castello, le due realtà (quella abitativa e quella estrattiva), vivevano in perfetto equilibrio: si estraevano conci di calcarenite nelle zone “periferiche” dell’epoca (il Quartiere Rosale, il Rione Capannoni, la Via Lavello, Via agli Avelli, ecc…), un po’ dove capitava, purché la calcarenite fosse affiorante in modo da limitare gli sforzi di estrazione. Per darti un’idea circa il volume di materiale estratto, pensa che i “tufi” canosini venivano venduti a Cerignola, Trinitapoli e San Ferdinando, oltre che alimentare il mercato edilizio locale.
Il problema emerse nel momento in cui l’espansione urbanistica superficiale e l’estensione degli scavi in sotterraneo giunsero ad un punto di conflitto: nel 1925 si ebbe il primo crollo, in via Saffi, e da allora fu il panico. Si scoprì che alcune leggi erano state ignorate e si finì, bruscamente, con l’interrompere gli scavi. Ma il problema era ed è ancora lì, con strade che sprofondano e case sospese sulle volte di questi immensi vuoti sotterranei.
Il mio lavoro si concentrava sulle verifiche di stabilità (statica e sismica) di una delle decine di cavità rinvenute negli anni: insomma, cose noiose da ingegneri. Però devo ammettere che l’indagine storica ha avuto un fascino innegabile. Ovviamente ti ringrazio per avermi dato occasione di parlare di un tema sconosciuto ai più, spesso confuso con gli ipogei archeologici che nulla hanno a che vedere con gli scavi in questione.


D: Rimanendo in tema di rapporto col territorio, è recente un articolo che hai postato sul tuo blog A destra e a manca, nel quale descrivi diversi luoghi da voi visitati in qualità di turisti, in cui discuti circa la presenza dell’Ipogeo Monterisi – Rossignoli, una struttura dimenticata dal mondo e lasciata all’aggressione climatica e della micro fauna, nei pressi del camposanto canosino. Ma non solo. Da turisti curiosi, tu e Alessia viaggiate saltuariamente in cerca di nuove realtà da raccontare, quasi come se foste i nuovi Susy Blady e Patrizio Roversi. Ma a differenza loro, se e quando necessario, aprite a riflessioni legate a tutela e valorizzazione del territorio. Da dove nasce l’idea della gestione a quattro mani del blog A destra e a manca?

R: Precisiamo, si tratta di viaggi “low cost”. Nell’era del redditometro la precisazione è doverosa.
Il blog nasce da una banale constatazione: prima di andare in posti esotici, impariamo a conoscere il territorio che ci circonda. E dato che molte mete si sono rivelate difficili da raggiungere, anche a causa di una scarsa disponibilità di informazioni a riguardo sul web (mi vengono in mente le Terme di Cerchiara, ad esempio, che non a caso sono ad oggi il post più visualizzato del nostro blog) abbiamo deciso di facilitare la fruibilità delle bellezze che abbiamo visitato, indicando la strada da percorrere e fornendo una descrizione accurata dell’attrazione.
Non aspettatevi viaggi rilassanti: abbiamo risalito torrenti controcorrente, percorso sotto il sole cocente di Ferragosto la Gravina di Matera per raggiungere le chiese rupestri, visitato ipogei infestati dalle pulci. Potremo sembrare un po’ fuori di testa, ma partendo dalla banale considerazione che certi monumenti oggi ci sono, domani non si sa, l’istinto ad intraprendere il viaggio ci viene immediato.


D: L’ultima domanda è destinata ad indagare circa i tuoi progetti futuri in materia professionale. Hai progetti avviati o idee in programma da sviluppare dopo la laurea? Quanto credi incida la crisi economica di stampo nazionale, ma anche locale, nonché la sempre più palese limitata possibilità di fare carriera nel settore di formazione?

R: Sinceramente non è facile leggere i segnali che la società di oggi lancia a noi giovani: parlano di noi come di una risorsa, ma a ben vedere siamo per molti solo un problema.
Si parla di tutto, spesso a vanvera, ma la realtà è che ad un giovane di oggi (ritenuto un “bamboccione” da chi ha la pancia piena, avendo vissuto nell’epoca delle due sedie disponibili per un solo sedere) viene richiesto ingiustamente di accontentarsi.
Quello che i nostri genitori potevano fare con un diploma o la terza media, noi siamo obbligati a farlo previa laurea. E una volta ottenuta, ci dicono che serve esperienza, ferma restando un’età del candidato non superiore ai 29 anni. Il tutto ad uno stipendio da fame. Sempre che sia previsto. E nel frattempo c’è chi riscuote pensioni senza mai aver versato un contributo all’INPS, lamentandosi che non arriva a fine mese. Mentre per noi la pensione potrà solo esserci a patto di una reincarnazione.
In questa realtà idilliaca (sono sarcastico), non escludo la possibilità di lasciare il mio paese natale o addirittura l’Italia. D’accordo che c’è crisi, ma noi questa crisi l’abbiamo ereditata. Guai a dimenticarlo. 

lunedì 26 agosto 2013

Marina Abramovic e la sua idea di marketing: come è nato il MAI (Marina Abramovic Institute)

Era il 10 luglio 2013 quando rimasi leggermente scosso da un articolo postato da una collega d’università sul gruppo degli storici dell’arte di Roma Tre di Facebook, che raccontava la performance di una Marina Abramovic in stretta collaborazione con il rapper Jay-Z, presso la Galleria Pace di New York.

Marina Abramovic
Il rapper americano, infatti, in quell'occasione, aveva deciso di riproporre per il video di Picasso Baby, il singolo con numerosi riferimenti all’arte contemporanea, la performance dell’Abramovic, The Artist is Present, tenutasi nel 2010 al MoMA di New York, modificata in un vis a vis con l’artista.

Già in quell’occasione la totale fede verso una Marina Abramovic lontana da un qualunque mercato dell’arte vacillò; difesi la sua performance giustificandola come un atto di filantropia generale, nello specifico un insegnamento al teenager medio che ama la musica ma snobba l’arte perché la crede elitaria e di settore: se anche solo uno degli utenti di quel video, alla fine di esso, fosse stato curioso di andare a ricercare la performer su un qualunque motore di ricerca, allora l'azzardo avrebbe portato a risultati validi.

Ahimè però, l’ultimo suo progetto mi lascia credere che anche l’inarrivabile artista montenegrina alla fine abbia capitolato al mercato dell’arte.
Infatti, è notizia del 25 agosto, la messa al termine del progetto fortemente voluto dalla signora dell’arte, un istituto nel quale diffondere attraverso diversi insegnamenti, il metodo Abramovic.

Manifesto di sponsorizzazione del MAI
Il MAI (Marina Abramovic Institute) è un’idea che prevede l’apertura nel 2015, di un centro sperimentale ad Hudson, nel cuore dello stato di New York, in un ex teatro al 620 di Columbia Street; una struttura acquistata dalla stessa per 950mila dollari, a cui poi ha aggiunto i rimanenti 1,5 milioni dei risparmi di una vita per i lavori di manutenzione e ristrutturazione dell’edificio.

Per i rimanenti 600.000 dollari necessari a coprire l'intero finanziamento, l'artista ha quindi deciso di appellarsi al crowdfounding tramite il sito Kickstarter, che in soli pochissimi giorni ha portato i frutti sperati. Ordunque dato che secondo il fare machiavelliano, il fine giustifica i mezzi, personalmente avrei potuto anche accettare la cosa se ogni donazione avesse avuto una base di incondizionato amore per l’arte, fuori da una qualunque mercificazione della persona e dell’arte dell’Abramovic, cosa che invece non è accaduta.

Il MAI fortemente voluto da Marina Abramovic
I sostenitori della causa infatti, hanno beneficiato di premi e rivelazioni in cambio del loro denaro.
Con un dollaro ogni donatore si assicurava un abbraccio da parte della performer, durante un evento già in programma il cui nome ne lascia presagire il contenuto: The Embrace; per 25 dollari, l’artista svelava via internet alcuni trucchi del suo metodo; con una donazione di 100 dollari, ogni donatore avrebbe ricevuto a casa un DVD completo con gli esercizi da praticare per acquisire il metodo Abramovic; con 1.000 dollari, quel metodo veniva spiegato vis a vis via chat.

E ancora, per tutti gli estimatori di arte facoltosi, che hanno contribuito con il massimo della cifra donabile, 10.000 dollari, esistevano due opzioni non tralasciabili al caso: la partecipazione all'evento Spirit Cooking with Marina, una sorta di cena con l'artista, che in sede insegna a cucinare e rivela le ricette delle sue zuppe macrobiotiche, ideali per il corpo e per la mente, e l’angosciante esercizio del nulla: nulla seguirà alla donazione; nessuna proclamazione o esternazione in merito.

Lady Gaga durante alcuni esercizi performativi
Un’opzione quest’ultima, che per quanto pesante da scegliere, pone il donatore di fronte ad una realtà per alcuni versi benevola per altri angosciante: l’idea di aver contribuito ad uno sviluppo pedagogico e pratico dell’arte, senza che mai nessuno possa saperlo; una scelta forte da affrontare, ma che vale un insegnamento di per sé: la spiritualità di un'azione benefica, vince sul materialismo di un riconoscimento enfatizzato.

Intanto, per i più curiosi e gossipari, ricordo che già Lady Gaga, che in maniera sempre più preponderante si sta avvicinando al mondo della Performance Art, discostandosi allo stesso tempo dalla musica, ha iniziato a collaborare con l’Abramovic ed a sponsorizzare il MAI. Dal mio canto, sono sicuro che non sarà l’unica artista a farlo, ricordando il precedente Jay – Z o Orlando Bloom e James Franco che hanno posato da guest star nel 2010 al MoMA di fronte a Marina.

Che quindi Marina Abramovic si sia commercializzata o meno, non è dato a me giudicarlo, né mi è dato giudicare le scelte di marketing applicate al Kickstarted o la collaborazione con l’icona mondiale del pop e del trasformismo.
Qualunque sia la verità, le jeux soint fait; il MAI è stato fondato e ora non ci resta che attendere il 2015 per conoscerne meglio la didattica, il metodo ed i programmi.  

Per chi ne volesse sapere di più, il sito ufficiale del MAI è: 

domenica 25 agosto 2013

Aelita Andre, enfant prodige a soli sei anni

Sorprendentemente, mi capita non di rado che qualche amico e seguace di Svirgolettate, mi segnali un articolo o un evento che in qualche modo possa spingermi a raccogliere le idee ed enunciare le mie considerazioni a riguardo.

Particolarmente curioso è stato quanto accaduto nel corso delle ultime 24 ore, poiché Leonardo e Roberto, a differenza di poco tempo, hanno pubblicato sulla mia bacheca di Facebook, due differenti articoli, entrambi però aventi due oggetti in comune: l’arte e il mercato legato ad esso.

Scrutando e leggendo i due suggerimenti, per quanto sia rimasto piacevolmente colpito dall’articolo postami da Leonardo, che analizzava nel dettaglio il progetto MAI di Marina Abramovic, artista della quale ho già discusso per la sua performance al MoMA nel 2010, The Artist is Present, mi ha letteralmente divorato dalla curiosità l’imbeccata di Roberto circa una giovane bambina, artista affermata e quotata già all’età di sei anni.

La piccola Aelita Andre all'opera.
La bambina australiana di genitori russi, rivela già dal suo nome un’eleganza non indifferente: Aelita infatti è uno dei primi kolossal sovietici degni di nota; film muto fantascientifico del 1924, diretto da Protanazov, su storia di Tolstoj. E già il suo nome lascerebbe intendere il forte senso di attaccamento alla terra dei due emigranti russi in Australia, dove la piccola avrebbe, su direttiva del padre, intrapreso la carriera di pittrice –inconsapevole – già dall’età di 9 mesi.

Aelita Andre, che oggi ha sei anni – è nata nel 2007 – da cinque dipinge quadri dal gusto estremamente pollockiano e nel complesso astratto, equilibrati nel colore e nella composizione, un pugno di caos colorato sulla tela vergine. Una passione, quella della piccola, nata casualmente seguendo l’orma della mamma, pittrice anch’essa e spinta sino all’estremo da suo padre, che già dalle sue prime opere, aveva carpito le potenzialità della piccola.

A. Andre, Asteroid, 2010, pittura su tela. 
Lo stesso, che ha fortemente permesso che la piccola potesse esporre le sue opere in giro per il mondo, alimentando attorno al mito della bambina enfant prodige, un mercato dell’arte non indifferente né sottovalutabile: basti pensare che i dipinti di Aelita, sono quotati tra i 5.000 ed i 150.000 dollari e ad oggi vengono esposti in gallerie di tutto rispetto e partecipano a mostre rinomate in tutto il globo.

Per un piccolo excursus storico-artistico della piccola Aelita, al fine di poter dimostrare quanto appena asserito, basta segnalare che la bimba ha goduto di una notevole fortuna critica, esponendo ad Hong Kong nonché in Australia a Melbourne nel 2009 e nel 2010; alla Biennale di Chianciano ed all’Agora Gallery di New York nel 2011 e nel 2012; ed ancora a Melbourne ed alla Biennale di Londra, nel 2013.

Considerato quindi accertato che l’arte della pittrice naviga i diversi mercati dell’arte, provando a cercare quel quid che ha permesso il suo clamoroso successo, esso sicuramente non è individuabile in una qualunque sorta di talento: definire l’operato della piccola pittrice con l’aggettivo talentuoso, risulterebbe infatti alquanto azzardato, considerando che, come già dichiarato da diversi critici e giornalisti che hanno trattato l’argomento, la bambina in fondo non fa altro che eseguire quanto la maggior parte dei bambini fanno in presenza di un foglio bianco: prendere il colore e lasciarlo andare, scarabocchiare, e creare figure indistinte senza la minima idea compositiva; anche quando alla fine, come anzidetto, l'opera sembra costruita ad hoc: ma questo è sempre, solo un caso fortuito.

In fondo Aelita è solo una bambina; probabilmente sarà solo il tempo a rivelarci se quelli che oggi sono l’istinto e la voglia di esprimersi  della piccola artista, (che per certi versi ricorda molto la storia già raccontata di Pamela Bianco, enfant prodige degli Anni Venti), domani saranno individuabili in un talento innato ed in una professionalità encomiabile.
Intanto, nell’attesa di poter verificare quanto presupposto, invito a guardare i suoi Artworks, sul suo sito ufficiale: http://www.aelitaandre.com.

A. Andre, Pangea, 2010, acrilico e materiali misti su tela. 

martedì 20 agosto 2013

La ricchezza artistica della Pinacoteca di Bari

Come solitamente faccio quando sono in Puglia a casa dei miei, seguo attentamente il telegiornale regionale sul terzo canale Rai, per documentarmi delle diverse realtà e dei diversi fatti di cronaca che riguardano costantemente il mio territorio.

Premesso ciò, qualche giorno fa, a ridosso di un ferragosto senza fama e senza lode a causa del tempo incerto, mi sono lasciato incuriosire da un servizio del TG3, riguardante l'incremento dei visitatori al Castello Svevo di Bari, durante tutto il mese di agosto. Un incremento di addirittura il 189%, che non è un dato affatto trascurabile considerando che Bari non è meta turistica del calibro di Gallipoli o dell’intero Salento.

Castello Normanno Svevo, XI - XII sec., Bari
Ospite in studio la Professoressa Clara Gelao, direttrice della Pinacoteca Provinciale di Bari “Corrado Giaquinto”, che ha parlato di tutto fuorché della pinacoteca . 
Ha parlato del tempo poco stabile che ha favorito l'incremento; ha parlato del Museo di Ascoli Satriano che si è arricchito dei grifoni originari del paese, ceduti da Los Angeles, che li custodiva; ha parlato - non senza mostrare un velo di arcignità - dei castelli, che sono i beni culturali più visitati a discapito di musei e pinacoteche; ha parlato di tutte le realtà del territorio, si è lamentata dei buoni risultati di altre entità museali, ma ahimé, non ha nominato affatto la pinacoteca che gestisce.

Inasprito da questo modo di fare scialbo della dotta, mi sono chiesto sul perché se ne fosse uscita così poco felicemente – e a dirla tutta, guardando l’espressione che mostrava, anche disinteressatamente - con scuse del tipo che la gente va per castelli perché sono all'aperto e non nei musei per via del caldo afoso, senza riflettere sul fatto che  magari quella stessa gente non lo sa che a Bari, nella pinacoteca da lei gestita, sono custoditi dipinti mobili davvero preziosi. D’altronde Bari non pubblicizza i suoi beni come fa Roma, creando sconti legati ai biglietti dei diversi mezzi di trasporto o affiggendo gigantografie di quadri custoditi in questa e quella galleria.

P. Bordon, Madonna con Bambino in
trono, tra Sant'Enrico di Upsala e
Sant'Antonio da Padova, 1550 ca,
olio su tela centinata,
Pinacoteca Provinciale, Bari.
Dico questo perché, visitando la Pinacoteca Provinciale, o semplicemente guardando il sito per un monitoraggio più rapido, (dato che devo ammettere che è davvero ben fatto, mostrando sala per sala il suo contenuto e mostrando opera per opera la sua schedatura analitica): www.pinacotecabari.it, è possibile notare la presenza di opere di spessore straordinario, come un nutrito numero di quadri del Giaquinto, la collezione Grieco, che annovera dipinti del XIX secolo, ma soprattutto diverse tavole e tele di scuola veneta cinquecentesca e seicentesca, testimonianza di un’attiva collaborazione soprattutto commerciale tra Bari e Venezia.

Infatti, ripercorrendo l’attività pittorica e scultorea pugliese dal XII secolo sino al XIX, oltre ad opere di incommensurabile valore artistico quali le icone bizantine derivanti da diverse chiese del territorio, i polittici quattrocenteschi, i dipinti di Paris Bordon, di Palma il Giovane, di Micco Spadaro o del Solimena, solo per citarne alcuni, configurano il Il miracolo di San Rocco del Tintoretto e la Madonna con Bambino tra le Sante Caterina d'Alessandria e Orsola, con offerente del Veronese, un tempo custoditi nella Cattedrale di Bari.

Palazzo della Provincia, sede della Pinacoteca di Bari.
Ora, con cotanto ben di Dio, vien da sé rattristirsi del fatto che la suddetta direttrice  non abbia saputo sfruttare, abusare, monopolizzare lo spazio che il TG3 le aveva riservato. Perché in quei tre minuti di intervista, se solo avesse voluto, avrebbe potuto ricordare che la Pinacoteca contiene le opere succitate e ancora che il biglietto d’entrata a persona è di sole 2,58 euro, 0,52 euro per gli studenti e totalmente gratuito ad anziani, bambini ed in occasione di inaugurazioni, cerimonie e particolari iniziative da programma; cifre che se rapportate ad altre città che presentano listini esorbitanti che superano addirittura la decina euro, sono decisamente irrisorie.

Ragionamento che senza portarla per le lunghe, nel concreto si tramuta in un pensiero del tipo: "Famigliola perfetta, se la domenica non sapete cosa fare, portate i bambini alla Pinacoteca, che con 5 euro scarsi avrete fatto qualcosa di piacevole e costruttivo".
E se ci penso io che ho solo 28 anni e sono ancora nuovo e per alcuni versi inadeguato al mercato artistico, mi chiedo come sia possibile non ci abbia pensato una figura navigata come la Gelao. 

sabato 17 agosto 2013

Papa Leone X: Voci di corridoio lo dicevano gay.

Quella che segue sarà una svirgolettata un po’ atipica per contenuto, dato che andrò a toccare un argomento delicato ai più, disciplinati per l’appunto al cattolicesimo e probabilmente contrari a prescindere, a qualunque accusa riguardi anche uno solo dei massimi esponenti della Chiesa.

Anche se non ci sono documenti certi che lo attestino, per cui mi baserò solo su aneddoti di corte documentati e pasquinate (le celeberrime poesie di Pasquino, poeta che denunciava la società del suo tempo), è comunque doveroso in quanto storico dell’arte, riportare alla luce quelle che erano le dicerie del tempo di Leone X, uno dei più importanti ed influenti papi che la storia abbia mai conosciuto. D’altronde non di rado, le dicerie hanno sempre un fondo di verità.

Raffaello e aiuti, Incendio di Borgo, 1514, affresco,
Musei Vaticani, Città del Vaticano. 
Per i più che non lo conoscessero, Leone X, all’anagrafe Giovanni Lorenzo De’ Medici, fu papa dal 1513 al 1521, gli anni clou del Rinascimento romano, per cui, seguendo la politica di Papa Giulio II Della Rovere, condusse Roma a nuovo splendore attraverso innumerevoli commissioni ad artisti, tra i quali Michelangelo e Raffaello.

Sotto di lui, Raffaello dipinse gli affreschi delle Stanze vaticane, - l’Incendio di Borgo è una chiara allusione all’opera pacifica di Leone X, che col suo pontificato era atto a spegnere le continue divampanti guerre tra gli stati cristiani – i cartoni per gli arazzi della Cappella Sistina, - poi tessuti a Bruxelles – e Michelangelo progettò e scolpì la Tomba di Giulio II a San Pietro in Vincoli, nel quale configurava quel Mosè, uscito così perfettamente che lo stesso artista in uno scatto d’ira, martellandogli il ginocchio, esclamò: “Perché non parli?”.

Michelangelo, Mosè, 1513 - 1515,
marmo, Basilica di S. Pietro in
Vincoli, Roma.
Sul piano politico invece, Leone X viene ricordato sia per la sua politica di pace, sia per la questione inerente alla vendita delle indulgenze ad Alberto di Hohenzollern sancita dalla bolla Sacrosancti Salvatoris et Redemptoris, che scatenò l’indignazione di quel Martin Lutero che, nel 1517, attaccando le sue 95 tesi sul portone della chiesa di Wittemberg sancì l’avvio di una nuova riforma a carattere protestante.

Nel 1521 Papa Leone X scomunicava Martin Lutero, reo di non aver ritrattato le sue tesi, e moriva all’età di 46 anni; la causa della sua morte non fu mai accertata, per quanto si sospettasse il decesso per avvelenamento. Ma il popolo, per le vie, raccontava ben altro.

Pare infatti, come appunto desunto dalle pasquinate di cui vi accennavo all’inizio, che Leone X fosse un uomo lussurioso, dedito al sesso promiscuo e sodomita, nonché omosessuale per di più passivo. A raccontarlo sono diverse pasquinate che recitavano:

- “fiorentin, baro, cieco e paticone” (Pasquinata del 1522). Paticone indica lo stato di sodomita passivo.
 - “Morì el meschino, e non te dir bugia, per fotter troppo in cul un suo ragazzo” (Pasquinata del 1521, scritta a ridosso della sua morte).
-“quando papa Leon v'ebbe per sposa (...) / sol bardass'e buffon [sodomiti passivi e buffoni] eran in stima” (Pasquinata tarda del 1533, quando ancora riecheggiava il mito di Leone X omosessuale).

Ovviamente le pasquinate raccontavano le dicerie popolari in forma poetica e spesso rimata, non di rado inveendo contro uomini illustri del tempo attraverso insulti, frecciatine e racconti di aneddoti piccanti. Ma a confermare la tesi di un Leone X dedito alla lussuria non vi erano solo pasquinate: lo dimostra la vicenda di Gian Antonio Flaminio.

Raffaello, Ritratto di Leone X tra i cardinali
Giulio de'Medici e Luigi de' Rossi, 1518,
olio su tavola, Galleria degli Uffizi, Firenze.
 
Gian Antonio Flaminio, era un ragazzetto sedicenne (al 1514, pontificato fresco di Leone X), inviato da suo padre, un letterato veneziano, alla corte romana per omaggiare il papa di un poema esortatorio a dichiarare guerra ai turchi. Pare che il papa se ne fosse invaghito, e per convincere il padre del giovincello a lasciarglielo a corte, gli promise che avrebbe dato al ragazzetto i migliori insegnamenti e gli avrebbe procurato i migliori maestri, ma questo non accettò.

Allora, ancora, per mezzo di Beroaldo, segretario del papa, si premurò di far sapere al padre del giovincello che avrebbe associato il ragazzo all’Ufficio di Segretario Pontificio, un escalation di potere per un ragazzetto di 17 anni, non indifferente. Ma l’ordine del padre di Gian Antonio a partire, fu categorico e il ragazzo dovette rinunciare ad una carriera brillante, forse per via della titubanza di suo padre a fidarsi della condotta del pontefice.

Ovunque sia la verità, ripeto, non è da sottovalutare che le dicerie siano arrivate sino ai giorni nostri, coadiuvate da testimonianze scritte, fonti più o meno certe, veritiere e attendibili. In fondo Giovanni De’ Medici, erede illustre della nobile casata, non scelse il suo futuro, né il suo destino: gli fu imposto.
E magari, proprio l’elezione a pontefice fu lo sfogo di tanti anni di repressione. D’altronde era lui quello che appena eletto affermò: “Poiché Dio ci ha dato il Papato, godiamocelo”.

Ps: Per una visione più dettagliata circa le Pasquinate e il testo inerente alla vicenda di Gian Antonio Flaminio, invito a linkare: Leone X. Di: Giovanni Dall'Orto. 

mercoledì 14 agosto 2013

L'amore incondizionato nelle opere di Keith Haring

Se Keith Haring per tutti è sempre stato il genio ribelle dei graffiti e dei disegni colorati e antropomorficamente psichedelici, per me è sempre stato il writer dell’amore incondizionato, semplice e puro.

K. Haring, Untitled (Love), 1989,  serigrafia su tela,
Hamilton Selway Fin Art, Hollywood.
Per chi non avesse capito di chi sto parlando, il writer statunitense è l’artista creatore degli omini colorati che, snodabili come non mai, si allungano e si fondono con il paesaggio circostante o tra loro e che, come nella migliore fumettistica americana, figlia di una Pop Art liechtensteiniana ormai agli sgoccioli, esprimono i loro sentimenti e le loro vedute attraverso linee spezzate, sinuose o rette.

Se a livello sociologico l’artista fu figlio del suo tempo, morendo nel 1990 a 31 anni dopo aver contratto l’ancora sconosciuta malattia dell’AIDS, - celeberrima è la sua massima "Nella mia vita ho fatto un sacco di cose, ho guadagnato un sacco di soldi e mi sono divertito molto. Ma ho anche vissuto a New York negli anni del culmine della promiscuità sessuale. Se non prenderò l'AIDS io, non lo prenderà nessuno" - altrettanto è possibile affermarlo anche sul piano artistico culturale, vivendo e rappresentando in prima persona l'esplosione dell'arte di strada newyorkese, a cavallo tra gli Anni '70 ed '80.

Figlio di un fumettista, Haring si avvicina all’arte, spinto dall’amore per l’irreale, dalla passione per i fumetti e dalla creatività suggerita dal foglio bianco: dopo essersi iscritto a diversi istituti artistici, che però poco lo soddisfacevano, capì che la sua vera strada.. era la strada: nel mentre che frequentava la School of Visual Art di New York,  iniziò a realizzare graffiti nell’Underground della metropoli, riscuotendo anche parecchio successo sia tra i giovani newyorkesi, sia tra le caserme delle forze dell’ordine, dove puntualmente finiva a causa dei suoi disegni su muro.

K. Haring, Untitled (Famiglia unita),
1989, serigrafia su tela
Dai primi anni ’80, il resto è stato storia: tra i massimi esponenti del graffitismo di frontiera, Haring girò il mondo da New York a Berlino, da Parigi a Tokyo, stazionando spesso in Italia, dove fu autore di diverse perle tra cui il murale denominato Tuttomondo su una parete esterna della Chiesa di Sant’Antonio Abate a Pisa e l’installazione Three Dancing Figures presso porta est del CentroSesto a Sesto Fiorentino.

Tornando alla sua arte, tutti conoscono le sue figure antropomorfe; in effetti la fortuna critica del writer è stata proprio la creazione di esse e del mondo che le circonda: gli omini di Keith Haring, colorati e gioiosi, si abbracciano, si amano e fanno l’amore fondendosi tra loro in un unico essere.

K. Haring, Heart, 1988, acrilico 
In fondo non è difficile notare in queste figure la sua visione dell’amore, che non vede differenze di sesso, razza e ogni tipo di barriera: Heart, uno dei più celeberrimi disegni di Haring non a caso raffigura due omini, di cui è impossibile prescinderne il sesso, che danzano sulle note dell’amore, quell’amore raffigurato alle loro spalle da un grande cuore rosso pulsante.

D’altronde lo stesso Haring non nascondeva la sua omosessualità, anzi ne andava fiero: nel 1976 a San Francisco frequentava abitualmente Castro Street (celeberrima strada facente parte del quartiere Castro della città, rinomato per essere il cuore della comunità gay californiana) tanto da prendere parte a diverse manifestazioni pro diritti gay ed anti-omofobia, e ancora c’è da riflettere sulla massima soprascritta in cui non rimpiangeva affatto la sua promiscua attività sessuale.

Nonostante la sua tenera età vissuta intensamente, Haring non è caduto affatto nel dimenticatoio: a 31 anni poteva vantare di aver collaborato con le amministrazioni comunali delle città più importanti del mondo, di essere riuscito nella difficile impresa di rendere nobile l’arte del graffito e di esser riuscito a diffondere l’arte anche nei bassifondi e nei quartieri più degradanti, non senza lasciare insegnamenti importanti come ad Harlem, dove dipinse su un muro la scritta Crack is Wack: il crack è una schifezza.

K. Haring, Crack is wack, 1986, pittura su muro, Harlem

L’unico rammarico legato al suo nome, ma non per sua colpa, è dovuto al fatto che cercando Keith Haring su Wikipedia, ho scoperto con sorpresa, che nel 1982 furono effettuati dei graffiti sullo zoccolo del Palazzo delle Esposizioni a Roma; graffiti che furono cancellati nel 1992 per ripulire il palazzo in occasione della visita di Michail Gorbačëv, e che ancora allo stesso anno è ascrivibile un graffito di 6×2 metri realizzato lungo la linea A della metropolitana di Roma, nel tratto Flaminio-Lepanto, sulle pareti trasparenti del Ponte Pietro Nenni; cancellato poi nel 2001.

E detto ciò, mi viene da pensare che in effetti noi popolo di italiani siamo sempre bravi a lamentarci  di non saper valorizzare i beni che abbiamo, quando poi, come nelle due citate occasioni, non siamo stati in grado non solo di tutelarne in primis il valore, ma neanche di riconoscerne l’importanza storico artistica. 

lunedì 5 agosto 2013

L'ex Conservatorio della Chiesa omonima a Minervino Murge: una denuncia sociale

Tra le tante realtà che caratterizzano la mia regione, sul piano sia paesaggistico che storico artistico, Minervino Murge, offre indubbiamente uno spettacolo peculiare, sorgendo ed espandendosi a ridosso dell’omonimo altipiano da cui prende il secondo nome.

Cattedrale di S. Maria dell'Assunta,
XI - XVII secolo, Minervino Murge.
Per quanto la squisitezza del luogo, la releghi quasi ad Arcadia della Puglia, sul piano storico artistico il piccolo paese, tra gli anfratti delle sue stradine strette che aprono a numerosissime casette di origine medievale, ospita perle di eccezionale bellezza: tra le chiese assolutamente da visitare configurano senza dubbio il Santuario della Madonna del Sabato, la cui chiesa  fu eretta verso la metà del XVII secolo, sopra una grotta scavata nel tufo,al cui interno fu trovata dipinta un'immagine della Vergine col Bambino; la Cattedrale, costruita nell’XI secolo e dedicata alla Vergine Assunta, poi riedificata tra XVI e XVII secolo; e la Chiesa del Conservatorio.  

Quest’ultima, trova la sua collocazione nel quartiere storico per eccellenza del piccolo paese murgese, in una stradina che si dirama dalla piazza a forma triangolare, dove sino agli inizi del XIX secolo era istituito il cosiddetto “Seggio”, sede della “universitas civium”; a ricordarne la sua costruzione, una stele sepolcrale posta all’ingresso principale dell’edificio religioso, che riconduce la committenza del medico e sacerdote di nobile famiglia Don Giovanni Francesco Fragianni, al 1621.

Chiesa del Conservatorio, facciata, Minervino Murge
Persa sulla dolce scalinata nascosta dai più severi edifici, la Chiesa prende il nome proprio dal Conservatorio istituito nel 1738, per volere dei Canonici Ludovico Grisorio e Giuseppe Trivoli e del Monsignor Michelangelo Troysi, Vescovo di Minervino: la struttura si diramava nello spazio attiguo alla chiesa, con cui formò così un’unica fabbrica.

Tale istituto fu destinato all'educazione delle fanciulle orfane e affidato alle Suore di Clausura della Visitazione, come da decreto di Re Carlo III Borbone nel 1758, cosa che continuò almeno per un paio di secoli, fino ai primi Anni Settanta del Novecento, quando la struttura, che intanto si era aperta anche a scuola materna, fu abbandonata a se stessa e lasciata al degrado più assoluto.

Scorcio nel quartiere Sceciola, Minervino M.
Ora, in occasione delle ferie in Puglia, proprio l’anno scorso ho avuto la possibilità di dare un’occhiata all’ex conservatorio: ero curioso, essendomi più o meno documentato sull’importanza dell’edificio, di tastarne di persona lo stato. E devo ammettere che il mio sgomento è stato alquanto forte, considerando che effettivamente la struttura del XVIII secolo, contiene al suo interno oggettistica di valore non indifferente.

Ma andiamo per gradi. Entrando dalla porticina che collega la deliziosa chiesetta alla Sagrestia, ci si ritrova in un piccolo androne di qualche metro quadro, dal quale è già possibile cogliere l’importanza del luogo che si sta per visitare: proprio sulla parete che affaccia esternamente alla strada principale che porta al castello, è collocata a tutt’oggi, la ruota che consegnava alle Visitandine i cosiddetti “Figli della Madonna”, bambini non voluti o necessariamente abbandonati a causa della miseria dilagante.

Salendo ai piani superiori, quello che si è presentato ai miei occhi è stato uno spettacolo disdicevole. In una cornice di ragnatele e ammassi di polvere consolidata, nelle diverse ale e stanze, tra tavoli, sedie, letti e mobilio, erano dislocati alla rinfusa fogli, registri e documenti risalenti alcuni di essi, addirittura agli Anni ’50: ricordo in particolare di aver letto di alcuni fogli che attestavano l’affidamento di alcuni bambini presso famiglie del posto o giù di lì.

Arco in una stradina di Minervino M.
Sicuramente ha sortito effetto, notare la presenza di oggettistica sanitaria, come siringhe di vetro tipiche della prima metà del Novecento e vasi da farmacia; ancora su un lunghissimo tavolo in una stanza che probabilmente era adibita a mensa, erano posate tazze e caffettiere dal design particolare, ormai corrose e non utilizzabili.

Alla fine del mio tour abusivo – la porta era aperta e la curiosità dello storico dell’arte mi ha spinto ad esplorare – son giunto ad una considerazione di fondo che prevedrebbe sicuramente un progetto volto a riqualificare l’ex conservatorio, dando priorità all’archiviazione dei documenti sparsi tra mobilio e pavimento e alla tutela degli oggetti qui contenuti; in seguito lasciando spazio alla ristrutturazione dell’edificio con l’ausilio di una agenzia delle pulizie e di una squadra di muratori e imbianchini.

Fatto ciò infatti, senza dubbio l’ex conservatorio potrebbe essere collocato tra i siti turistici peculiari della zona; i suoi documenti potrebbero essere consultabili per ricerche personali, e azzardo, l’edificio stesso potrebbe divenire sede di una sorta di museo delle tradizioni popolari del paese, esponendo parte dell’oggettistica rinvenuta proprio lì dentro.

Cattedrale vista dalla parte bassa del paese.
Non so quanto le mie ultime affermazioni possano essere utopiche, ma una cosa è sicura: il Conservatorio della Chiesa è un bene del paese che non merita di essere relegato nel dimenticatoio, per cui mi auguro di trovare il tempo necessario per stilare un progetto da presentare al Comune di Minervino, o che qualcun altro smuova le coscienze affinché si possa realizzare quanto spiegato, perché se c’è una parola che in questa nazione ancora non siamo in grado di pronunciare del tutto correttamente, quella parola è “valorizzazione”.

Ps: Quando visitai il Conservatorio, non avevo una fotocamera con me; non essendo riuscito nell'impresa di riscontrare in internet foto che lo raffigurino, ho inserito immagini rappresentative di Minervino.