giovedì 17 aprile 2014

Giovedì Santo a Canosa di Puglia: i Sepolcri e la storica processione della Madonna du tuppe tuzzele

Miniatura raffigurante la Cena
del Crisma del Giovedì Santo,
custodita nella Cattedrale di
S. Michele Arcangelo, Albenga.
Nei riti sacri Settimana Santa sovente si riscontrano elementi che affondano le proprie radici nel passaggio tra il credo profano e la nuova cultura di stampo paleocristiano.
Sicuramente cristiano per eccellenza è il rituale che si svolge il Giovedì Santo mattina, riguardante la Messa del Crisma, durante la quale il Vescovo consacra gli Olii Santi (Crisma, Olio dei Catecumeni ed Olio degli Infermi), che serviranno durante tutto il corso dell'anno rispettivamente per celebrare le Cresime e i Battesimi, ordinare i sacerdoti e celebrare il sacramento dell'Unzione degli Infermi.

 L'Ora Nona del Giovedì Santo conclude il tempo di Quaresima, e dà inizio al Triduo Pasquale, con la Messa in Coena Domini: questa è il memoriale dell'Ultima Cena consumata da Gesù nella sua vita terrena, nella quale fu istituita l'Eucarestia e fu consegnato ai discepoli il Comandamento dell'Amore. Nella celebrazione della Messa Coena Domini, si fa memoria dell’Istituzione dell’Eucarestia, del tradimento di Giuda e della suggestiva e rinnovata “lavanda dei piedi” a dodici persone, per ricordare l’umiltà del servizio di Cristo alla sua Chiesa.

Giotto, Lavanda dei piedi, 1303 - 1305, affresco,
Cappella degli Scrovegni, Padova. 
Certamente la lavanda dei piedi è un rito significativo, entrato all'interno della messa con la riforma del Triduo nel 1955; prima infatti aveva luogo fuori della messa. Questo è un rito che non intende affatto essere una rappresentazione teatrale, infatti le norme attuali non prevedono più 12 persone. Si tratta di un gesto simbolico e profetico di una Chiesa che, sull'esempio del suo Maestro e Signore, intende farsi serva dell'umanità.

La Coena Domini non è una cena qualsiasi, è l’Ultima Cena che Gesù tenne insieme ai suoi Apostoli, importantissima per le sue parole e per gli atti scaturiti: a tal punto, tutti e quattro i Vangeli riferiscono che Gesù, avvicinandosi la festa degli “Azzimi" (chiamata Pasqua ebraica), mandò alcuni discepoli a preparare la tavola per la rituale cena, in casa di un loro seguace.

Leonardo da Vinci, L'Ultima Cena, 1494 - 1498, affresco, Refettorio di S. Maria delle Grazie, Milano. 

A. Vaccaro, Cristo nell'orto
degli Ulivi, 1660, olio su tela,
Abbazia di Montserrat,
Monistrol di Montserrat. 
La celebrazione termina con la legatura delle campane, e la disposizione dell’ostia consacrata nel repositorio, conosciuto come sepolcro. Questi vengono aperti quindi alla venerazione della gente in cammino, in silenzio per le strade del paese a visitare le chiese, a pregare in gruppo, in famiglia o in associazioni.

Nel rispetto di una tradizione centenaria, nella ricorrenza del Giovedì Santo, la sera dopo la Messa Coena Domini, anche a Canosa in tutte le chiese delle parrocchie, vengono allestiti i “sepolcri”. Il sepolcro, per i cristiani rappresenta il luogo - l'orto del Getsemani - dove Gesù Cristo, si recò a pregare, sentendo ormai vicina l'ora in cui si sarebbe adempiuto quanto era stato scritto:
"Il figlio di Dio, fatto carne sarebbe morto per liberare l'umanità dal peccato".

Questo primo giorno del Triduo della Settimana Santa, rappresenta un momento di incisiva riflessione per ogni cristiano, che ritrova la propria vera essenza in Cristo, figlio di Dio, il quale come uomo sente tutto il peso, l'angoscia e l'amarezza del calice che si accinge a bere, ma nel contempo dà l'evidente testimonianza della forza dello Spirito che vince sulla debolezza della carne.

Tipico subbulkre del Giovedì Santo 
In età Barocca, si venne a plasmare l’ idea di allestire gli altari a simulazione del sepolcro di Cristo, effimere costruzioni teatrali all’interno di ogni chiesa, con al centro il tabernacolo, ornato di luci e fiori, che ospita i tredici piatti dell’Ultima Cena.
Facevano parte dell’ allestimento anche piantine di legumi, grano e orzo, che seminate il giorno di Mercoledì delle ceneri, e tenute in penombra in casa sotto i letti, negli armadi e nelle credenze per tutti i quaranta giorni della Quaresima, fino al Giovedì Santo, crescevano sottili e prive di clorofilla, conferendo al fogliame il classico colore bianco o giallo paglierino.
Queste piantine sono denominate in dialetto canosino “li sebbulkre”, o meglio questo è il nome attribuito ai vasi e piatti in cui crescono queste piantine, che a processo ultimato vengono inserite nell'allestimento dei Sepolcri delle diverse chiese, quale tributo dei fedeli.

Tutto questo tende a creare un’atmosfera alquanto suggestiva, in cui è possibile assaporare una particolare aria di sacralità che anticipa il sacrificio del Figlio di Dio; un'atmosfera che si fonde alla tradizione consolidata dei cittadini, che in particolar modo a Canosa, visitano quasi come se fosse una sorta di pellegrinaggio in itinere, le chiese della città, categoricamente in numero dispari.

Infatti secondo la tradizione le chiese che i fedeli devono visitare per adorare l’ Eucarestia devono essere tre, cinque o sette, così di uguale numero devono essere le preghiere che il fedele deve assolvere al loro interno.
Sovente alcune vie che portano agli ingressi delle chiese, che per l’ occasione rimangono aperte per tutta la notte, sono illuminate da ceri e candele, e sui balconi che si affacciano a queste, vengono stesi panni e lenzuola rigorosamente bianchi, che secondo la tradizione, dovevano indicare alla Madonna la via giusta da perseguire per raggiungere suo figlio.

Altari dei Sepolcri a Canosa di Puglia

La Madonna du tuppe tuzzele, un tempo
in processione per le vie di Canosa, durante
la sera del Giovedì Santo.
Quest’ultima usanza, riconduce ad una tradizione sacra canosina, di cui ormai rimane solo qualche vecchio ricordo nelle menti dei più anziani: la processione della “Madonna du tuppe tuzzele” altrimenti chiamata “l’Addolorata del Giovedì Santo”, di cui ormai non ne è più venerato il culto.
Anche questa Madonna segue l’iconologia dell’Addolorata portando nel grembo un pugnale d’argento, e vestendo un abito luttuoso ricamato con fili d’oro e pietrine colorate, così come il velo. Tra le mani il candido fazzoletto ricamato custode delle lacrime versate.

Ancora oggi la memoria popolare rievoca nella cristianità questa processione, che si svolgeva non solo a Canosa di Puglia, ma anche in altri paesi pugliesi fino alla seconda metà dell’ 900.
La denominazione nella radice onomatopeica rievoca la figura di Maria Addolorata che in cerca del figlio Gesù, “tuzzelève”, cioè bussava alla porta delle chiese.

Secondo fonti orali ad opera di alcuni testimoni dell’evento, l’Addolorata del Giovedì Santo, usciva dal Carmine, indirizzata verso la Cattedrale di San Sabino, dove una volta giunta, bussava per onorare il figlio. L’altra Addolorata (l’Addolorata portata ancor oggi in processione, nel Venerdì antecedente alla Domenica delle Palme), invece usciva dall’Oratorio di San Biagio.

Le due effigie sacre, si incontravano e sostavano presso Palazzo Rossi al Corso San Sabino, dove un gruppo di operai, “i cantori di San Biagio”, esprimeva la preghiera con canti popolari.

Sicchè mentre la Madonna du tuppe tuzzele si dirigeva in Cattedrale dove prima di entrare, nel bussare veniva accompagnata da alcuni cavalli, che venivano fatti inginocchiare davanti al portale, l’Addolorata di San Biagio invece proseguiva per tutte le chiese accompagnata dai gruppi oranti, costituiti da famiglie, e diversi gruppi di preghiera, così come avviene oggi nella sera del Giovedì Santo per la visita dei Sepolcri.

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