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venerdì 15 novembre 2013

Il plagio nella musica e nell'arte è sempre sbagliato?

I Kraftwerk, pionieri della musica elettronica.
Discutendo con il mio collega Daniele di musica e interessi vari (la citazione al film trash in assoluto Parentesi Tonde era doverosa), la mia affermazione sul fatto che i Coldplay siano a giusto merito, uno dei gruppi più affermati ed amati sulla scena mondiale, ha fatto tentennare non poco chi avessi di fronte.

La ragione era da riscontrarsi infatti, nell’evidentissimo plagio che mi faceva notare Daniele, di cui si era reso protagonista il gruppo alternative rock britannico con la canzone Talk, copiata nella melodia, da Computer Love, degli ugualmente noti Kraftwerk, padri tedeschi della musica elettronica: un gesto di poca classe probabilmente; un affronto ed un’evidente mancanza di rispetto verso l’originalità ed il genio altrui. E su questo sono d’accordo, ma solo per metà.

I Coldplay
Abituato per natura ad analizzare fino in fondo le cause o le ragioni che spingono taluno ad agire in un determinato modo, - senza però, necessariamente giustificare o scusare – mi sono chiesto cosa avesse mai potuto spingere gli autori di Fix You, che io trovo una delle più belle canzoni mai scritte, ad agire in modo discutibile e meschino(?).

Così ho provato ad ascoltare entrambe le versioni e mentre lo facevo, ho pensato ai plagi, alle “ispirazioni” ed agli studi che hanno caratterizzato alcune opere, poi diventate famose.
Tra le più evidenti, sicuramente salta subito all’occhio L.H.O.Q.Q. il ready-made creato nel 1919 dal dadaista Marcel Duchamp, l'artista della Fontana.

L.H.O.Q.Q. è infatti la riproduzione fotografica della Gioconda di Leonardo da Vinci, sul quale supporto l’artista provocatorio aggiunse baffi e pizzetto; un titolo ed una modifica non casuali dato l’intento voluto: L.H.O.Q.Q. in francese equivale alla fonia di "Elle a chaud au cul", ossia "Lei ha caldo al culo"; un’evidente ridicolizzazione dell’opera d’arte per eccellenza, in una visione volta a dissacrare l’arte, in pieno clima dadaista.

E ancora, l’aggiunta della peluria, costruisce la decorazione dell’idea: ancora oggi sui libri di arte e di storia pieni di immagini, quasi istintivamente o sovrappensiero, tendiamo a ridefinire i ritratti presenti con baffi, denti pronunciati o trucchi evidenti; Duchamp aveva riproposto quindi la stessa idea alla sua fotografia, ottenendo un effetto immediato e chiaro.

M. Duchamp, L.H.O.O.Q., 1919, ready made
Collezione privata, New York.  
Leonardo da Vinci, Monna Lisa, 1503 - 1517,
olio su tavola, Museo del Louvre, Parigi

Altro caso storico è dato dallo studio di diversi disegni e dipinti già presenti: non era un affronto per un maestro, se il proprio allievo copiasse la sua opera, per poi modificarla sino a renderla personale, né era visto in malo modo lo studio di vecchi disegni appartenuti ad artisti affermati nella storia: basti ricordare nel primo caso Lo Sposalizio della Vergine del Perugino ed il medesimo tema ad opera del giovane Raffaello, che se accostati rilevano analogie incredibili; nel secondo caso valga uno su tutti lo studio dei disegni di fisiognomica di Sofonisba Anguissola, da parte del Caravaggio alle prime armi, nel Ragazzo morso dal ramarro.

Raffaello, Sposalizio della Vergine, 1504,
olio su tavola, Pinacoteca di Brera, Milano
Perugino, Sposalizio della Vergine, 1500 - 1504,
olio su tavola, Musèe de Beaux Arts, Caen 

Infine – i casi potrebbero essere infiniti, quindi devo darci un taglio – un altro caso di simil plagio potrebbe essere lo studio del Ritratto di Innocenzo X di Velazquez, dipinto da Francis Bacon nel 1953. L’opera in questione è il risultato della visione espressionista angosciata e terrificante dell’artista contemporaneo lontano dall'armonia cromatica e compositiva del pittore moderno spagnolo.

Quel che ne esce è un dipinto che non lascia indifferenti, che spinge il fruitore a interrogarsi sul senso della spiritualità e della serenità che accompagna ognuno di noi, sino allo sgomento dato dall’evidente monito per cui se l’angoscia può colpire anche la santità in Terra, allora può andare ad intaccare tutti indistintamente dalla classe sociale, gusti sessuali, razza, religione e sesso.

F. Bacon, Studio del Ritratto di Innocenzo X, 1953,
Olio su tela, Des Moines Art Centre, Iowa.
D. Velazquez, Ritratto di Innocenzo X, 1650,
olio su tela, Galleria Doria Phamphilj, Roma 

Ad ogni modo, dopo queste riflessioni sul piano artistico e dopo aver ascoltato le due versioni, l’originale e la copiata, sono giunto ad una conclusione – continuo a precisare – personale, secondo cui, il plagio è sempre un atto eticamente e moralmente condannabile, ma se e quando porta ad un insegnamento diverso, ad un confronto costruttivo, o semplicemente come nel caso di Talk, ad un miglioramento qualitativo dell’armonia di una canzone al tempo ancora in fase di sperimentazione, allora un occhio lo si può anche chiudere. 



martedì 1 ottobre 2013

Samuele Bersani racconta l'amore: En e Xanax

"Dipingere è azione di autoscoperta. Ogni buon artista dipinge ciò che è."
Questa massima di Jackson Pollock, che oggi mi ha colpito così tanto da postarla sulla pagina facebook di Svirgolettate, ben descrive quella che è la figura dell’artista quale comunicatore delle sensazioni e delle emozioni provate in prima persona.

Samuele Bersani 
Una comunicazione che, se nel caso specifico è collegata al gesto del dipingere, in un più ampio raggio di visione, è tranquillamente traslabile anche alla scultura, alla poesia ed alla letteratura, nonché alla musica.
In questo ultimo ambito, è il cantautore, più che l’esecutore, la figura che può applicare tale teoria al suo operato: le sue canzoni devono parlare di lui, della sua vita, delle sue emozioni, in un linguaggio comune e sentito dal destinatario.

Un’operazione che riesce in maniera sensazionale al cantautore romagnolo Samuele Bersani, nato a Cattolica nel 1970, autore di canzoni che hanno cullato i sogni di intere generazioni; l’autore di canzoni rimaste negli annali della storia della musica italiana, come Spaccacuore e Il pescatore di asterischi.

Da Chicco e Spillo del lontano 1992, canzone che suggellò il successo di un Samuele attento alle dinamiche, alla narrazione ed alla società del suo tempo, racchiudibile nel titolo del primo album “Ci hanno preso tutto”, a canzoni dai testi più spensierati ed avventurosi come Freak e Coccodrilli, sino a vere e proprie poesie quale Giudizi Universali, Bersani in ben ventidue anni di carriera dignitosa e mai volgarizzata, ha sempre saputo raccontare con eleganza e delicatezza più unica che rara, l’amore e la passione; non senza apportare un occhio critico all’analisi introspettiva legata al rapporto di ognuno di noi con questi sentimenti.

Il tatuaggio di Samuele Bersani
E non è cosa facile, nel mercato attuale che costringe artisti del calibro di Marina Abramovic o attori come Antonio Banderas a vendersi per un tozzo di pane, continuare a diffondere il proprio pensiero aulico, rimanendo puri e lontani da trovate pubblicitarie e commercializzazioni, come è riuscito a fare Samuele in tutti questi anni; sino alla pubblicazione della sua ultima opera d’arte, En e Xanax.

Sulla scia di un cantautorato romagnolo, di stampo dalliano – per Lucio Dalla, Bersani scrisse infatti il testo di Canzone, nel 1996 – En e Xanax è il singolo di punta, tratto dal nuovo album “Nuvola numero nove”, che per alcuni versi lascia presagire analogie con Anna e Marco, proprio del grande cantautore bolognese scomparso nel marzo 2012.

Alessandro Sperduti e Camilla Sevino Favro, protagonisti del videoclip En e Xanax

Una canzone il cui titolo è tutto un programma: En e Xanax sono due farmaci che attenuano le crisi d’ansia di cui soffrono i due protagonisti della canzone, che appunto sembrano acquisire loro per primi il nome dei due ansiolitici. Un titolo forte, così come il testo, intenso e allusivo alla storia del cantautore con la sua compagna Desiree, tanto da tatuarselo sul braccio destro; cosa mai fatta per nessuna delle sue canzoni.

Devo ammettere che sono di parte quando esclamo a gran voce che Bersani è uno dei cantautori più profondi ed emozionanti di cui l’Italia gode e che non sforna più, forse, da qualche anno; così come lo sono quando ascoltando En e Xanax – ma qualunque sua canzone – trovo che i suoi testi siano di una poesia unica e rara, tra i più belli della storia della musica italiana.

Per finire, non mi resta che postare il videoclip della canzone, diretto da Nicolò Massazza ed interpretato dagli attori Camilla Sevino Favro e Alessandro Sperduti, che su giudizio di Bersani, ai suoi occhi raccontano perfettamente l’amore che egli voleva trasmettere attraverso En e Xanax. Ed avendo visto il video, non posso assolutamente che dargli ragione.
Link del video ufficiale: http://www.youtube.com/watch?v=ibCmHI1LvRk

mercoledì 3 aprile 2013

E se poi Pippa Bacca avesse visto il video di Malika Ayane..


E se poi, uno dei due brani scelti da Malika Ayane per la 63esima edizione del Festival di Sanremo, viene raccontata nel videoclip come un viaggio intrapreso da una donna (Malika stessa) vestita da sposa, con una valigia in mano, per le strade di dieci città simbolo dell’internazionalità; città e terre come Barcellona, New York, Bruxelles, Praga, Las Vegas, Milano, Marrakech, Los Angeles, Val Badia e la Death Valley.

Malika Ayane protagonista del videoclip E se poi

Il video, a detta della Ayane che ha rilasciato non poche interviste, è stato realizzato unendo filmati girati nel corso degli anni dal regista Federico Brugia, durante i vari viaggi privati della coppia.
La cantautrice, in un’intervista rilasciata a Note Spillate (per l’intervista integrale cliccare qui) racconta che proprio in uno dei suoi viaggi negli Stati Uniti assieme al marito, aveva comprato una valigia vintage e un abito nuziale molto sfarzoso (quelli del videoclip), che hanno dato spunto ai due, di fare una sorta di giro del mondo indossando l’abito e portando con sé la valigia.

Pippa Bacca e Silvia Moro prima di partire
A non pochi è saltata all’occhio l’affinità estrema tra la performance prettamente spettacolare della Ayane e quella che fu l’artistica della milanese Pippa Bacca, l’artista e performer milanese nipote di Piero Manzoni (quello di Merda d’Artista, per intenderci), che nel 2008 progettò di attraversare in autostop, vestita da sposa al fine di promuovere la pace e la fiducia nel mondo, 11 paesi che vivevano una situazione politica e sociale delicata, essendo parte di questi dilaniati da guerre, conflitti e dittature.

La performance che prese il titolo di Spose in Viaggio, poiché alla Bacca si unì un’altra artista emergente, Silvia Moro,  ebbe inizio l'8 marzo 2008, il giorno in cui ricorre la festa della donna, non a caso: una delle finalità del progetto era dimostrare quanto potesse influire il ruolo della donna nel raggiungimento di un ideale di pace.  

Partite da Milano, dopo aver attraversato Slovenia, Croazia, Bosnia e Bulgaria, (celeberrime sono le fotografie scattate alle due donne poggiate sul guard-rail  con in mano un cartello che segnava la destinazione per cui era richiesto il passaggio), Pippa e Silvia arrivarono in Turchia il 20 marzo. Qui, secondo il programma, le due avrebbero ancora dovuto continuare attraverso Siria, Libano, Giordania, Israele e Palestina, con arrivo a Gerusalemme per la metà di Aprile.

Pippa Bacca, Spose in viaggio, 2008,
performance, Italia - Turchia.
Nel corso del viaggio, però, dopo essersi separata a Istanbul dalla compagna, con cui prevedeva di rincontrarsi dopo pochi giorni a Beirut, il 31 marzo 2008 la performance di Pippa Bacca finì tragicamente: l’artista fu violentata e uccisa a Gezbe, in Turchia, dal trentottenne Murat Karatash, proprio uno di quegli autostoppisti che le avevano permesso di realizzare sino ad allora la sua impresa.

Eppure, a chi ci volesse veder un tributo della cantante all’artista, come ho avuto modo di leggere su diverse testate, va detto che probabilmente è solo una casualità la forte analogia tra le due performance che distano quattro anni l’una dall’altra.

D’altronde a ridimensionare l’alone di magnanimità attribuita a Malika Ayane per aver  dedicato il pezzo a Pippa Bacca, è la stessa cantante che afferma: “Non paragonatemi a Pippa Bacca, il suo progetto era più alto, una missione che le è costata la vita. Conosco la sua storia, è morta per inseguire una idea. Io non sono a quei livelli”.







venerdì 29 marzo 2013

I Fiorini maestri del violino


Il mio colore preferito è il giallo. È il colore che prediligo più in assoluto, forse perché trasmette energia, solarità; è un colore caldo, è il colore dell’estate.
E il mio numero preferito è il 7. Già da piccolo ero affascinato dalla sfera a sette stelle di Dragon Ball, trovavo che rispetto alle altre avesse qualcosa di perfetto, di più armonioso: vedevo quelle sei stelle come fossero colonne di un tholos e la stella centrale quasi fosse l’altare.


E per ogni elemento ho le mie preferenze. Anche sulla musica.
Amo la musica in genere, ma trovo che la musica anni ’60 – ’70 sia la massima affermazione del sentire italiano. Mentre sugli strumenti, beh, sugli strumenti musicali non ho proprio dubbi: sin dai primi momenti in cui sono stato in grado di formulare pensieri autonomamente, il mio strumento musicale preferito è il violino. Adoro le sue forme sinuose, l’eleganza estrema della sua testa, della cassa armonica e delle effe.   
(Per una visione tecnica del violino, vi consiglio la pagina ufficiale di Wikipedia: Violino)

Sicchè grande è stato il mio stupore, mentre divertito cercavo informazioni sui violini nell’arte, nello scoprire che due dei più grandi liutai della storia del violino, portavano il mio cognome:  Raffaele (padre) e Giuseppe (figlio) Fiorini.
Ovviamente non potevo che vertere la mia ricerca iniziale sulle figure di Raffaele e Giuseppe Fiorini e raccogliere un po’ di idee a riguardo di questa talentuosa personalità.

Raffaele Fiorini
Raffaele Fiorini fu una delle figure liutarie più rappresentative ed eclettiche della storia della liuteria moderna italiana; autore di una rinascita di quest'arte nel capoluogo emiliano.
Nasce a Musiano di Pian di Macina il 15 luglio 1828 ma trascorse l’infanzia e l’adolescenza a Bazzano con i genitori che possedevano un mulino, esercitando la stessa professione del padre ma mostrando nel contempo, spiccati talenti artistici e musicali. Talenti che tradusse nella passione per la liuteria, iniziando a costruire i primi strumenti.

Dopo una decina di anni da queste prime esperienze, dopo giudizi positivi del professor Carlo Verardi,  su incitamento di questo, aprì una bottega a Bologna nel 1868. Così si trasferì in città con la famiglia, ed avviò la sua attività nell'affascinante ambientazione di Palazzo Pepoli, non lontano dal Liceo Musicale.

Seppe in breve guadagnarsi un posto di rilievo nel suo nuovo ambiente, attirando a sé un certo numero di apprendisti di talento: Augusto Pollastri, Cesare e Oreste Candi, Armando Monterumici e il figlio Giuseppe che, ad appena 9 anni, riusciva già a scolpire i ricci per i violini del padre.
Tutti nomi destinati alla fama e a divenire liutai di riferimento del ventesimo secolo.
Dalla storica bottega uscirono principalmente violoncelli, violini e qualche contrabbasso; oggi restano pochi violini, ma diversi violoncelli, riconoscibili dal modello classico e dalla vernice ad olio rosso-bruna.

Raffaele Fiorini ottenne anche diversi riconoscimenti per i suoi strumenti: una medaglia d'argento con plauso all'esposizione internazionale di musica di Arezzo del 1882; ed una medaglia d'argento all'esposizione di Torino del 1884.

Albero genealogico della liuteria bolognese moderna

 A continuare l’arte di Raffaele quindi, fu suo figlio Giuseppe, nato nel 1861.
Giuseppe lavorò per diversi anni con il padre - che dapprima si era opposto alla sua vocazione, ritenendo tale arte poco redditizia - nell'apprezzata e fiorente bottega artigiana sita nel palazzo Pepoli, occupandosi in particolare della costruzione e riparazione dei violini.

Giuseppe Fiorini
Nel 1877, all'età di sedici anni, costruì quindi il suo primo violino e nel 1881 aprì una propria bottega di liuteria. Conquistato nel 1888 il primo premio assoluto alla Esposizione internazionale di musica di Bologna, l'anno seguente si trasferì a Monaco di Baviera dove strinse amicizia con W. Benno, primo violino dell'Opera di quella città, con il principe Luigi Ferdinando di Baviera e A. Rieger, il più famoso dei liutai bavaresi, del quale divenne prima socio e poi nel 1889 genero, avendone sposato la figlia. Nel 1896, ritiratosi il Rieger dalla professione, il F. rimase unico titolare del laboratorio.

Nel 1914, allo scoppio della guerra, Giuseppe trasferì la sua bottega a Zurigo, dove il suo lavoro fu presto apprezzato, tanto da aggiudicarsi nel 1920, per 100.000 lire, dalla marchesa Paola Della Valle del Panaro di Torino, la famosa collezione degli arnesi che avevano fatto parte del laboratorio di A. Stradivari e il violino del celebre maestro cremonese. Particolare curioso è che, dopo aver corrisposto un acconto di 20.000 lire e non disponendo dell'intera somma, Giuseppe dovette indebitarsi per pagare il resto, pur di battere il concorrente, l'ambasciatore francese a Roma C. Barrère. (Nello stesso anno Barrère si rese intermediario tra lo Stato Italiano e quello Francese per il restauro delle tele del Caravaggio in San Luigi dei Francesi, vedi )

Giuseppe Fiorini riprodusse con arte lo Stradivari originale e le copie ottennero un grande successo presso collezionisti e utenti. Nel 1923 si recò a Roma con l'intento di aprire una scuola di liuteria, sogno che non riuscì a realizzare a causa di una malattia agli occhi che lo rese quasi cieco e lo costrinse a rinunciare alla sua arte. Tornò a Bologna e quindi si trasferì a Monaco con la speranza di recuperare la vista grazie ad applicazioni elettriche. Svanita anche questa speranza, Giuseppe affidò le riparazioni dei violini al suo allievo ed amico W. Turcké-Bebié, che già numerose volte lo aveva sostituito nel lavoro quando si trovava all'estero.

Nel 1930 donò al Museo di Cremona la collezione dei cirrieli appartenuti a Stradivari, con l'obbligo che fosse pubblicamente esposta e col proposito di fondare una scuola di liuteria, da lui diretta. Il progetto tanto accarezzato e al quale il Fiorini aveva sacrificato tutti i suoi risparmi sarà realizzato solo nel 1937, dopo la sua morte, avvenuta nel 1934, quando, in occasione del bicentenario della morte di Stradivari, la città di Cremona accolse l'idea di fondare la scuola di liuteria.

Costruttore appassionato e fecondo, usò un metodo basato su un accurato studio del rapporto fra legno utilizzato e vibrazioni volute durante la fabbricazione dello strumento  che il Fiorini aveva appreso afferando le proprie capacità e il proprio intuito. Contrariamente a quanti pensavano che lo strumento si forma col tempo, egli sosteneva che "l'instrumento nasce buono e perfetto". Profondo esperto di strumenti antichi, la sua competenza fu riconosciuta in Europa e in America.

Di lui si conoscono oltre cinquecento strumenti. La sua etichetta italiana è "Fiorini Giuseppe fece in Bologna anno ..."; quelle datate da Monaco: "G. Fiorini München 1899" e "Anno 1905 - München - Giuseppe Fiorini Bolognese", quindi "Giuseppe Fiorini - München 1913 M. p.".  

Nel Settembre 2011 i violini originali di Giuseppe Fiorini furono esposti al Museo della Musica, come tributo al Cna ed ai suoi liutai, a 150 anni dalla nascita di questa istituzione.
In mostra configuravano un violoncello del 1907, una viola del 1924 e tre violini rispettivamente del 1918, del 1924 e del 1925.
La mostra degli strumenti di Fiorini nell’ottobre si spostò poi a Cremona al museo Stradivariano.


 [Fonti: Cna Bologna Unione Artistico e Tradizionale, www.artigianatoartistico.com/fiorini2011]



domenica 17 febbraio 2013

La canzone mononota: e se l'Italia non è pronta..


“Il vincitore del 63esimo Festival di Sanremo è Marco Mengoni!”.
Così si conclude un festival forse perfetto se non per l’ultima, sopraccitata affermazione.
Beh si, decisamente la vittoria di Marco Mengoni con la sua canzone L’essenziale è stata una salvezza, ragionando sulle probabilità che potessero vincere i Modà (classificati terzi) con la canzone Se si potesse non morire, motivetto trito e ritrito che di sanremese ha tutto, dal testo mieloso alla musica sdolcinata, che preferiresti accendere una motosega pur di ricreare un rumore più gradevole.

Mengoni segue una scia che si riconferma da ormai troppi anni (vedi questo articolo): anche quest’anno il Festival della canzone italiana è stato vinto da un partecipante di talent show, per quanto bisogna ammettere che il televoto è valso solo per il 50% del giudizio ultimo che ha decretato la sua vittoria (25% dai voti delle serate antecedenti alla finale e 25% dei voti giunti durante la finale); l’altro 50% è stato composto dai voti della giuria tecnica.

La canzone indubbiamente merita nonostante il testo e l'arrangiamento non siano né nuovi né originali: vi dirò, ho dovuto attendere l’esecuzione post vittoria per capire che dicesse “bene” e non “pene” quando cantava “Beati loro poi, se scambiano le offese con il bene”. Anche se bisogna ammettere che la frase aveva senso in entrambe le versioni.

Per un festival che si è rivelato innovativo, - dalla conduzione della coppia Littizzetto – Fazio, alle tematiche affrontate, alla scenografia, - forse era però auspicabile che a vincere fosse un complesso che nonostante ripercorresse la cresta dell’onda da anni, si è sempre rivelato originale, innovativo e strabiliante nella composizione delle sue musiche, mai scontate e mai populiste.

Elio e le Storie Tese, si sono presentati sul palco già dalla prima serata, travestiti di teste gigantesche e atteggiamento sornione, - nell’ultima addirittura sono ingrassati magicamente di almeno 50 kg, perfetti nelle loro pance spropositate e nei doppi menti burrosi - ridicolizzando forse tra le righe, tutti quei cantanti che hanno prestato un’attenzione particolare più al look che alla canzone con cui si son esibiti e rendendo meno monotona e noiosa la loro esibizione.

Questa, con La canzone mononota, si è rivelata una vera e propria performance: Elio ha scimmiottato sul palco durante tutta la canzone, inglobando nella sua performance il pubblico e l’orchestra, con la quale si è persino accordato su una lunga pausa, e usando lo spazio intorno a sé come meglio gli poteva essere utile: ha persino trovato il tempo durante l’esibizione di riuscire a prendere un caffè seduto al classico tavolino da bar.
Con il loro atteggiamento, Elio e le Storie Tese, ci riconfermano ancora una volta la loro propensione a non prendersi mai sul serio nello stesso tempo in cui dimostrano professionalità. Un insegnamento che va avanti da 17 anni, quando portarono sullo stesso palco La terra dei cachi.




 Allora la canzone non fu capita, anche se ha goduto negli anni di grande fortuna critica. Un piccolo salto in avanti c’è stato con La canzone mononota, che è valso al complesso un ottimo secondo posto, (merito della spinta data dalla giuria tecnica), nonché il premio della critica dedicato a Mia Martini; ma il connubio primo posto Mengoni - secondo posto Elio e le Storie tese, dimostra ancora una volta che l’Italia non è  del tutto pronta ad accettare novità così eclatanti e destabilizzanti, soprattutto se riguardano un contest come quello del Festival della canzone italiana, che è sempre cresciuto nei luoghi comuni della famiglia riunita davanti alla tv e della canzone che per esser definita coerente con la kermesse deve contenere una certa struttura classica data da motivo orecchiabile e testo romantico. 

domenica 3 febbraio 2013

Perchè Sanremo è Sanremo

Perchè Sanremo è Sanremo!
Ormai da qualche anno, lo slogan ufficiale varato per la kermesse, sembra esplicare l'unica possibile risposta al dubbio atroce che attanaglia l'italiano medio quando, giunti i primi giorni del mese di febbraio, davanti all'ennesima pubblicità che preannuncia la messa in onda prossima del programma, si trova a chiedersi: "Perchè mai quest'anno dovrei vedere Sanremo?".

Il dubbio volendo è anche lecito. Se andiamo a ritroso negli anni, vediamo come negli ultimi, gli appartenenti alla generazione uscente dai diversi talent show, si siano passati volta per volta il testimone del vincitore. 
Al tempo (2009) il precursore di questo nuovo rapporto talent show-Sanremo fu Marco Carta, vincitore prima di Amici e poi del Festival con la canzone La forza mia; l'anno dopo toccò ad un altro figlioccio di Maria de Filippi, Valerio Scanu, che vinse con Per tutte le volte che.. scritta dal suo "amico" Pierdavide Carone e, dopo il salto di un anno in cui, per quanto la vittoria fosse andata a Roberto Vecchioni con Chiamami ancora amore, il secondo posto fu occupato da Emma che insieme ai Modà cantò Arriverà, la stessa, vincitrice di Amici anch'ella, l'anno scorso vinse con Non è l'inferno
Che fine hanno fatto Giorgia, Irene Grandi, Alex Britti o Elisa? Come giustificare l'assenza sul palco di grandi autori e cantanti della musica?

Probabilmente così come l'assetto televisivo, che è sempre in costante evoluzione ed adattamento rispetto alla società ed al pubblico sempre più composto da giovani, anche la musica e tutto quello che la riguarda subisce gli stessi cambiamenti. Così come non è un caso che la gente elegga a suo re, piccoli ragazzetti che hanno vinto o partecipato a programmi talent in cui erano visibili per buona parte della giornata, forse non è neanche un caso lo snobbismo correlato a questa faccenda, da parte dei veri grandi della musica italiana.
In fondo la stessa Elisa, a dimostrazione di quanto detto, in un'intervista di qualche mese fa ad una stazione radiofonica ha dichiarato che Sanremo non ospita cantanti di un certo livello dal 2001. (Guarda caso, proprio al 2001 è ascrivibile la sua ultima partecipazione con la canzone Luce - Tramonti a nord est, con cui vinse all'ultimo scontro con la favorita Giorgia che cantava Di sole e d'azzurro).

Quest'anno i partecipanti al Festival saranno questi: Daniele Silvestri, Malika Ayane, Maria Nazionale, Max Gazzè, Modà, Almamegretta, Marta sui Tubi, Raphael Gualazzi, Simona Molinari con Peter Cincotti e Simone Cristicchi.
A cui si aggiungono Annalisa di Amici, Chiara di X Factor, Elio e le Storie Tese da X Factor e Marco Mengoni dallo stesso programma.


Che forse Elisa, tra le righe avesse ragione? Che davvero ormai sia declassata l'era in cui le famiglie italiane attendevano con impazienza che si alzasse il sipario dell'Ariston e il conduttore di turno presentasse i cantanti in gara? Di certo Celentano, Morandi, Mina e Battisti sono un vago ricordo ed i loro eredi, Giorgia, Elisa, Britti, Jovanotti non sono forse disposti a dividere un palco con i primi arrivati.
E allora perchè guardare il Festival della canzone italiana se il panorama non è dei migliori? Se i cantanti che si esibiranno saranno quelli appena elencati?

Forse semplicemente perchè quest'anno i conduttori saranno Fabio Fazio e Luciana Littizzetto. E se loro due da soli riusciranno a rendere meraviglioso, piacevole e divertente con il loro sarcasmo, un programma interrotto di volta in volta da esecutori di canzonette, allora almeno solo per questo, varrà la pena sbracarsi sul divano, prender il telecomando, sintonizzare su raiuno e canticchiare tra sè e sè, nel pieno della sigla iniziale: "Perchè Sanremo è Sanremo!"