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sabato 30 aprile 2016

Il Castello di Bracciano, tra Orsini ed Odescalchi

A poche decine di chilometri da Roma, verso nord, sul Lago di Bracciano si affaccia l’omonima cittadina celebre per essere una delle roccaforti delle nobili famiglie degli Orsini e degli Odescalchi, entrambe detentrici del titolo nobiliare di duchi di Bracciano.

Svettante sul colle più alto, si erge quello che è il monumento più caratteristico e importante di Bracciano, il castello, un vero e proprio esempio di edificio medievale atto alla vita di corte dei Signori e alla preparazione dell’esercito nell’armeria, costruito tra il 1470 ed il 1485 per volere di Napoleone Orsini prima e a seguire di suo figlio Gentil Virginio, su progetto di Francesco di Giorgio Martini.
Castello che dal 1952 è adibito a polo museale e aperto al pubblico per volere di Livio IV Odescalchi, - previo ingresso a pagamento, - e altresì anche adibito a location per matrimoni e ricevimenti.

Castello Odescalchi a Bracciano 

Le armerie, Castello Odescalchi, Bracciano
Visitare il Castello Odescalchi (la struttura prende il nome dalla famiglia che l’acquisì dagli Orsini nel XVII secolo) è una vera e propria esperienza extrasensoriale, perché permette un’autentica full immersion nella vita di corte che fu degli Orsini: già nelle armerie si può percepire quella che era l’adunanza alle armi durante i periodi di guerra. Per quanto infatti le stanze si presentino spoglie di ogni arredamento, la sensazione di vivere la storia bellica della famiglia è percepibile, attraverso lo svolgimento delle murature in orizzontale che aprono a vasti spazi, adibiti per l’appunto all’adunanza delle truppe.

Sala Papalina, Castello Odescalchi, Bracciano. 
Ma è nelle stanze del castello dove si svolgeva la vita di corte che si vive tutta la magia degli anni di splendore degli Orsini, famiglia potentemente ammanicata con papi e cardinali, tanto da averne esponenti essa per prima: Niccolò III (papa dal 1277 al 1280) e Benedetto XIII (papa dal 1724 al 1730). Nella prima sala che si percorre durante il tour museale infatti, è ben visibile la potenza di questa nobile famiglia, poiché in quella sala fu ospitato Papa Sisto IV Della Rovere, in fuga dalla Peste che stava mietendo vittime nella capitale (motivo per cui si chiama “Sala Papalina”).

La sala in seguito fu adibita a biblioteca del palazzo (ancor oggi all’interno di grandi biblioteche in legno con ante vitree sono custoditi manuali e libri molto preziosi) e presenta sul soffitto un ciclo di affreschi riproducenti l’Oroscopo delle nozze, dipinti dai fratelli Taddeo e Federico Zuccari nel 1560, per celebrare il matrimonio tra Paolo Giordano Orsini e Isabella de’ Medici.

F. e T. Zuccari, L’oroscopo delle nozze, 1560, affresco, Castello Odescalchi, Bracciano. 

Sala Umberto I, Castello Odescalchi, Bracciano
Seguendo lo stesso motivo, anche la seconda sala, la “Sala Umberto I” prende nome dall’importante personaggio storico che vi fu ospitato, il re d’Italia Umberto I, in visita nel 1900 al figliolo Vittorio Emanuele III impegnato in un addestramento militare nelle zone circostanti: la sala presenta un interessantissimo soffitto a cassettoni affrescato dalla bottega di Antoniazzo Romano (braccianese di origine) e un arredamento molto elaborato probabilmente riconducibile al XVI-XVII secolo, in legno colorato d’azzurro con intarsi dorati. Sul caminetto invece, un ritratto di Colbert, politico ed economo del XVII secolo. 

Sala del Trittico, Castello Odescalchi, Bracciano 
A seguire la “Sala del Trittico”, così chiamata perché ospita un meraviglioso trittico composto da una pala del XVI secolo e due ante d’organo probabilmente asseribili ad Antoniazzo Romano. Le due tavole raffigurano una emozionante Annunciazione della Vergine: nella prima è raffigurato l’Arcangelo Gabriele di profilo intento a portare la buona novella alla Madonna, che, nell’altro pannello, è intenta a leggere le sacre scritture. Nella pala centrale invece si manifesta la Crocifissione di Cristo, che presenta una non poco curiosa personificazione degli astri.

Antoniazzo Romano (attr.), Annunciazione, fine XV sec., olio su tavola, Castello Odescalchi, Bracciano 

Anonimo, Cristina di Svezia,
1640, olio su tela,
Castello Odescalchi, Bracciano
.
Proseguendo ci si imbatte nella bellissima “Sala del Pisanello”, chiamata erroneamente così per via dell’errata produzione del fregio del soffitto al noto pittore, per quanto lo stile pittorico non sia molto dissimile. Il fregio raffigura scene di vita quotidiana vissute dalla donna e ricorda non poco i cicli pittorici dei castelli del nord Italia (vedasi ad esempio Il ciclo dei mesi nel Castello del Buon Consiglio di Trento): cosa caratteristica tuttavia è l’associazione delle figure femminili a nomi di personaggi mitologici e biblici.

Dal punto di vista dell’arredamento e delle collezioni della famiglia Orsini, interessante è quella delle ceramiche, che si sviluppa all’interno di teche vitree lungo le murature della stanza: sono ammirabili vasi da farmacia, piatti e bicchieri e ogni sorta di particolare ceramica dipinta tra XV e XVIII secolo. Alle pareti invece sono affissi diversi ritratti, tra cui spiccano per bellezza e interesse storico quello di Innocenzo XI Odescalchi e quello di Cristina di Svezia in un meraviglioso abito regale, che visse in Italia dopo aver rinunciato al trono abdicando in favore del cugino Carlo X, e aver accolto la religione cattolica.

Sala di Pisanello, Castello Odescalchi, Bracciano 

Sala dei Cesari, Castello Odescalchi, Bracciano
Ancora la “Sala dei Cesari”, che ospita ad onor del nome che porta, alcuni busti dei più importanti imperatori romani, in marmo bianco peperino, databili al XVII secolo, (approfitto di questi, per estendere la critica a tutto il contesto: non sarebbe male se i curatori pensassero a fornire ogni opera di un talloncino illustrativo) e dal 1960, l’affresco di Antoniazzo Romano, staccato da un arco del cortile, raffigurante due imprese di Gentil Virginio Orsini: la cavalcata a capo dell’esercito aragonese verso Bracciano – svettante fiero sul suo cavallo bianco – e l’incontro con Piero de’ Medici davanti ad una favolosa struttura architettonica in prospettiva centrale tipica rinascimentale.

Antoniazzo Romano, Imprese di Gentil Virginio Orsini, fine XV secolo,
affresco staccato su tavola, Castello Odescalchi, Bracciano. 

Sala degli Orsini, Castello Odescalchi, Bracciano.
Proseguendo, la “Sala degli Orsini”, poiché qui vi erano appesi tra i più importanti ritratti della casata. Di questi ancor oggi rimangono i due importantissimi ritratti raffiguranti la celeberrima coppia di sposi Paolo Giordano Orsini e Isabella De’ Medici, divisi dallo stemma incorniciato della famiglia, nelle quali arme predominano nella parte inferiore bandature argentee e rosse, e in quella superiore una rosa canina rossa dai cinque petali su sfondo argenteo. A dividere le due arme, una banda dorata nel quale si sviluppa un’anguilla, che riconduce ai possedimenti della vicina Anguillara.

Questa ci introduce direttamente alla caratteristica “Sala di Isabella”.
Così chiamata perché per l’appunto, questa era la stanza in cui la nobildonna dormiva, nel meraviglioso letto a baldacchino dorato e azzurro in stile veneziano del XVI secolo, sotto una volta affrescata dalla scuola di Antoniazzo Romano sui cui fregi, putti sorreggono festoni e ghirlande.

Sala di Isabella, Castello Odescalchi, Bracciano 

Sala delle armi, Castello Odescalchi, Bracciano. 
Nel piano superiore si sviluppano in massima parte le collezioni di mobili e di armi degli Odescalchi, nelle sale che prendono il nome dalla collezione specifica o dalla riconduzione mitologica degli affreschi. Così è per la “Sala delle armi”, - ricavata soppalcando la Sala dei Cesari – in cui, sotto un fregio affrescato con le Storie di Uomini e Donne illustri (dove gli uomini sono ritratti entro clipei e le donne raffigurate a figura intera in pannelli rettangolari), prendono luogo le collezioni di armi e armature del XV – XVII sec., appartenenti agli Odescalchi. Tra questi spicca una meravigliosa armatura equestre da torneo di scuola milanese del XV sec. e due armature di fabbrica tedesca del XVI secolo.

E stessa considerazione va fatta per la “Sala di Ercole”, affrescata con storie mitologiche inneggianti all’eroe greco. Al suo interno continua la collezione delle armi Odescalchi, in particolare quella iniziata da Ladislao e ultimata da Innocenzo allo scoppio della I Guerra Mondiale: riguarda in massima parte cannoni, fucili e armi da sparo.

Sala di Ercole, Castello Odescalchi, Bracciano. 

Il ciclo di affreschi inneggiante alle Scienze e alle Arti, dà il nome alla “Sala delle Scienze”, nel cui fregio prendono luogo le riproduzioni dei “Tarocchi di Mantegna” all’interno di pannelli racchiusi da edicole gotiche, probabilmente dipinto dagli allievi di Antoniazzo Romano.
Pregiatissima, nell’arredo della stanza, è la Vesperbild di scuola tedesca, probabilmente asseribile al XIV-XV secolo.    

Sala delle Scienze, Castello Odescalchi, Bracciano. 
Anonimo, Vesperbild, XIV-XV secolo,
legno, Castello Odescalchi, Bracciano 

Sala del letto siciliano, Castello Odescalchi, Bracciano
L’arredamento particolare dà il nome a diverse sale, come la “Sala del bobolaccio”, che prende il nome dal baule di viaggio in cuoi con intarsi dorati, sito nella stanza, la “Sala del letto siciliano” che presenta un sontuoso e meraviglioso esempio di letto in ferro battuto di scuola siciliana del XVIII secolo; e ancora la “Sala Gotica”, che presenta un arredamento in stile neogotico, desiderato da Baldassarre Odescalchi, grande estimatore del nuovo stile sviluppatosi in Europa nel XIX secolo, tanto da volerne alcuni mobili per il suo castello.

Sala del Bobolaccio, Castello Odescalchi, Bracciano. 

Sala Gotica, Castello Odescalchi, Bracciano. 
A concludere l’affascinante tour, piccola menzione speciale merita la leggenda che aleggia attorno alla figura della Signora del Castello, Isabella de’ Medici, vista come una sorta di mantide religiosa dei suoi tempi.
Fonti storiche e dicerie, raccontano infatti che la sposa di Paolo Giordano, insoddisfatta e infelice del rapporto matrimoniale con suo marito, adescasse i suoi amanti per passare con loro focose nottate d’amore nella sua stanza – chiamata anche “Sala Rossa” - e, una volta che questi avevano adempiuto al compito, li trascinasse verso una porticina che dava ad un piccolo fosso trincerato di lame, dove questi trovavano la morte in modo cruento, dilaniati dal dolore.

Tanto che Paolo Giordano Orsini, esasperato dai suoi continui tradimenti, arrivò ad ucciderla nella villa di Cerreto Guidi a Firenze.
Una leggenda questa, però, che a distanza di secoli è stata smentita categoricamente da Elisabetta Mori, ricercatrice e studiosa di Isabella De’ Medici, che attraverso documentazioni e lettere d’amore è arrivata a poter affermare che la donna morì a soli 34 anni per un’infezione alle vie urinarie, intestinali e biliari e non per soffocamento.

Una donna che, stando alle lettere pubblicate, amava svisceratamente suo marito e in altrettanto modo fu amata, tanto che questo ne soffrì della sua morte in modo indescrivibile.
Una rivelazione che a distanza di quattro secoli ha riconsegnato alla figure di Isabella De’ Medici e Paolo Giordano l’amore che avevano effettivamente vissuto durante il loro matrimonio. 

Anonimo, Ritratto di Paolo Giordano Orsini,
1560, olio su tela, Castello Odescalchi, Bracciano
        Anonimo, Ritratto di Isabella De' Medici.
     1560, olio su tela, Castello Odescalchi, Bracciano.
      

sabato 9 agosto 2014

DJURO JANEKOVIC. Fotografo Croato, Artista Europeo

Facendo da chaperon con la mia amica Clizia, ad Alice, una ragazza di Cremona in vacanza in terra di Bari, ho avuto modo io per primo di rivalutare il territorio in cui vivo, rivelatosi a tutti gli effetti un vero e proprio scrigno d’arte bizantina e medievale.
E se già alla Pinacoteca Provinciale Corrado Giaquinto ed alla Gipsoteca Provinciale nel Castello Svevo di Bari, ho dedicato le mie attenzioni, in questa sede, prima di dedicarmi all'argomento trattato, non mi resta che accennare almeno allo splendore artistico ed architettonico che caratterizza la città di Bitonto, purtroppo più conosciuta per la sua criminalità che per gli aspetti gastronomici e per i suoi beni, tra cui spiccano la Galleria Nazionale della Puglia, il Torrione Angioino e la Basilica di Santa Maria Assunta, l’esempio più chiaro dell’architettura romanica pugliese, al pari di San Nicola a Bari.

Panoramica del centro storico di Bitonto, con la Basilica di Santa Maria Assunta

D. Janekovic, Dalla zona balneare sul Sava, 1933, fotografia. 
Ad ogni modo, in quest’occasione, ho avuto modo di ammirare nel Castello Svevo di Bari, oltre ad un paio di installazioni temporanee di Arnoldo Pomodoro, una mostra dedicata ad un fotografo poco conosciuto dalla gente, perché rivalutato soltanto negli ultimi tempi nonostante la sua scomparsa avvenuta più di vent’anni fa: il suo nome è Djuro Janekovic, classe 1912, nato e vissuto a Zagabria – in Croazia – sino al 1989 anno della sua morte.
[La mostra DJURO JANEKOVIC. Fotografo Croato, Artista Europeo, durerà sino al 15 settembre, (si è aperta il 15 luglio), ed è ospitata all’interno delle sale del Castello Svevo di Bari, (orari: tutti i giorni 8.30 – 19.30; costi: intero €5.00, ridotto €3.00)].  

D. Janekovic, Scuola di ballo 
di Margarite Froman, 1934, fotografia.
Di lui non si sa molto. Appassionato di fotografia, iniziò a raccontare la sua Croazia già da ventenne, quando, fotoreporter munito della sua macchina fotografica, immortalò nei suoi scatti tutta l’evoluzione socio-demografica della città verso un traguardo sempre più moderno e rivoluzionario. Scatti rivelatisi a tutti gli effetti importanti e “storici”, perché considerevoli documenti stampati su giornali di stampo nazionale come “Kulisa”, una rivista dal taglio moderno ed avanguardista, attento alle dinamiche dell’arte e della fotografia.

Guardando ai suoi meravigliosi scatti in bianco e nero, non si può ricondurre un  pensiero a due grandi fotografi a lui coevi: sicuramente sul piano tecnico infatti Janekovic riprende l’idea costruttivista di Aleksandr Rodcenko, nell’immortalare sagome e palazzi che si ergono dal basso verso l’alto in un gioco di tensione lineare e volumetrica; mentre sul piano emozionale e analitico, come non pensare a Robert Doisneau, che immortalò nei suoi scatti la meravigliosa Parigi del secondo dopoguerra?

D. Janekovic, Il direttore d’orchesta 
Issay Dobroven, 1934, fotografia.
Infatti analizzando la composizione di alcuni degli scatti presenti alla mostra, non è difficile notare un crescendo di forza e potenza nelle linee tese che caratterizzano lo scenario catturato da Janekovic; addirittura il taglio netto di alcune situazioni immortalate, lasciano allo spettatore la libertà quasi di immaginare un proseguo dell’ambiente oltre il perimetro della fotografia, altresì addirittura di immaginare possibili avvenimenti accaduti oltre lo sconfinamento dello stesso.

D. Janekovic, Automobili e autisti, autisti e automobili, 1934, fotografia. 

D. Janekovic, Fra le luci della grande città,
1933, fotografia. 
E nel complesso, l’idea di raccontare Zagabria negli anni di stasi tra le due guerre, è encomiabile. Zagabria non è mai stata profondamente documentata sul piano fotografico come altre grandi capitali quali Roma, Londra, Berlino o Parigi; la sua storia non viene mai raccontata nei manuali istituzionali di storia. Eppure Janekovic ci dimostra con i suoi scatti non solo la volontà di consegnare alla sua città il giusto tributo, ma anche (e soprattutto) la trasformazione della stessa in una realtà cosmopolita e multietnica: la città croata nei primi anni ’30 si apre alla cultura, alla novità, all’avanguardia, ed il fotografo ce lo racconta.

Ce lo racconta attraverso fotografie che ritraggono insegne al neon, sprizzanti di una vita notturna invidiabile, automobili per la strada, eventi memorabili nelle piazze; così come lo fa, attraverso fotografie atte ad indagare il mondo invisibile dell’anima: la preparazione di alcune ballerine prima di uno spettacolo, l’irruenza di un direttore d’orchestra durante un concerto, la dolcezza del raccoglimento di chi, nella notte, sotto la pioggia, aspetta il treno per tornare finalmente a casa.


D. Janekovic, Stazione di servizio, 1933, fotografia. 
D. Janekovic, Di fronte alla borsa di Zagabria, 
1934, fotografia. 
PS: Mi scuso per la qualità delle immagini, ma non avendo trovato materiale su Internet, ho dovuto postare le fotografie scattate con la mia macchinetta.   


martedì 6 maggio 2014

Caravaggio (ed altri artisti italiani) nei musei degli Stati Uniti: KANSAS CITY e FORT WORTH - DALLAS (4/4)

Il viaggio alla ricerca dei Caravaggio negli Stati uniti d’America, dopo aver percorso il confine a nord e la costa est, approda nelle ultime due città detentrici di altrettanti dipinti del pittore bergamasco, Kansas City, nello stato del Missouri e Fort Worth, nello stato del Texas.
Nei due musei infatti sono custodite due celeberrime opere di Michelangelo Merisi, nonché altre perle di manifattura italiana.

Individuazione geografica dei Caravaggio (e più in generale dell'arte di manifattura italiana) nei musei degli USA


KANSAS CITY – NELSON ATKINS MUSEUM OF ART

Caravaggio, San Giovanni Battista, 1604, olio su tela, 
Nelson Atkins Museum of Art, Kansas City.
Il Nelson Atkins Museum of Art di Kansas City, sicuramente non eguaglia gli altri musei degli Stati Uniti per quantità di pezzi nella sua collezione o per la grandezza della sua struttura, ma detiene pezzi importanti dell’arte medievale, moderna e contemporanea di tutto il mondo. Per una panoramica più completa, è consigliabile visitare il suo sito internet (vedi qui), che presenta una collezione divisa in 15 settori, che variano dall’arte asiatica, africana, indiana, cinese e giapponese, alle arti decorative ed all’arte moderna e contemporanea, passando per fotografia, disegno e incisione.

Il Caravaggio custodito nel Nelson Atkins Museum of Art è una delle diverse versioni del San Giovanni Battista, dipinte dal pittore tra il 1598 ed il 1608: la tela nello specifico è una delle due dipinte nel 1604, quella commissionatagli dal nobile genovese Ottavio Costa, per cui egli aveva già dipinto la Marta e Maria Maddalena ora a Detroit. Analizzando il dipinto è ben riconoscibile la caratteristica impronta del periodo maturo di Caravaggio, denotato da un gioco sublime tra il buio del paesaggio esterno e la luce che abbaglia il soggetto.

Caravaggio, San Giovanni 
Battista alla sorgente, 1608, 
olio su tela, Coll. privata, Malta
In questo dipinto si nota come il pittore non abbia consegnato al soggetto iconografico i giusti attributi fisiognomici per permetterne un perfetto riconoscimento: il Giovanni Battista di Kansas City, così come tutti quelli che seguiranno o lo hanno preceduto, è giovane e privo della sua barba; si potrebbe piuttosto dire che non sarebbe riconoscibile se non fosse per la tipica croce latina dal corpo lunghissimo, che comunque appare in tutti i suoi dipinti aventi lo stesso soggetto, non di meno nel San Battista alla sorgente, nel quale il santo nonostante stesse adempiendo un’azione semplice e quotidiana, comunque non molla la croce che serve a farlo riconoscere dai fedeli.


Caravaggio, San Giovanni Battista, 1604, olio su tela, 
Galleria Nazionale d’Arte Antica, Roma.
Nell’impostazione, il San Giovanni Battista di Kansas City si avvicina per tecnica, impostazione, attributi e cromia al coevo San Giovanni Battista di Palazzo Barberini (Galleria Nazionale d’Arte Antica): anche questo è sito in un luogo esterno oscurato dalle tenebre, e, nonostante fisiognomicamente non sembra avere i stessi lineamenti del primo, è quasi simile nell’atteggiamento pensoso. Anche in questo caso la croce conferma l’attribuzione del soggetto iconografico, mentre il drappo rosso su quello bianco, lo avvicina per analogie alla tela del Nelson Atkins.

Toccando gli altri due dipinti aventi lo stesso tema (quello del 1598 di Toledo e quello del 1602 della pinacoteca), si evince come nel complesso Caravaggio non si sia mai discostato dal ritrarre il San Giovanni Battista con le stesse caratteristiche per tutti i dipinti: lo confermano il drappo rosso su quello bianco, e la presenza della croce o dell’ariete (nelle prime raffigurazioni cristiane catacombali, le sue corna simboleggiavano la croce).

Caravaggio, San Giovanni Battista, 1602,
olio su tela, Pinacoteca Capitolina, Roma
Caravaggio, San Giovanni Battista, 1598,
olio su tela, Museo Tesoro Catedralicio, Toledo.

Canaletto, La Torre dell’orologio, 1730, 
olio su tela, Nelson Atkins 
Museum of Art, Kansas City.
Oltre al Caravaggio, nel Nelson Atkins Museum sono custodite opere di altri artisti italiani importanti. Tra tutte, vanno ricordate La Torre dell’orologio in Piazza San Marco, che il Canaletto dipinse tra il 1728 ed il 1730; il Ritratto di Antoine Perrenot de Granvelle di Tiziano; il Ritratto di giovane uomo del Bronzino del 1550; il dipinto di Guido Reni del San Francesco in adorazione della Croce; il San Luca dipinge un ritratto della Vergine del Guercino e la pala della Madonna con Bambino e Santi di Bernardo Daddi, del 1335 – 1339.


Tiziano, Ritratto di A. Perrenot,
1548, olio su tela, Nelson Atkins
 Museum of Art, Kansas City
Bronzino, Ritratto di giovane uomo, 
1550, olio su tavola, Nelson Atkins
 Museum of Art, Kansas City.
G. Reni, San Francesco , 1632,
olio su tela, Nelson Atkins
Museum of Art, Kansas City
  

S. Ricci, Lo sposalizio di Cana,
1712 ca, olio su tela, Nelson Atkins
 Museum of Art, Kansas City
B. Daddi, Madonna in trono, 1335ca,
 tempera su tavola, Nelson Atkins
Museum of Art, Kansas City
Guercino, San Luca, 1653,
olio su tela, Nelson Atkins
Museum of Art, Kansas City

FORT WORTH – KIMBELL ART MUSEUM

Il Kimbell Art Museum, a pochi chilometri dalla metropoli texana Dallas, è un’importante sede museale di arte moderna e contemporanea. Importante perché a parte alcune importantissime opere d’arte italiane tra cui spicca I bari di Michelangelo Merisi, ospita testimonianze validissime dei maggiori artisti del resto d’Europa: tra i maggiori Rembrandt, El Greco, Rubens, Boucher, Picasso, Monet, Mondrian e Cezanne.

P. Picasso, Uomo con la pipa, 1911, olio su tela,
Kimbell Art Museum, Fort Worth
H. Matisse, Asia, 1946, olio su tela, 
Kimbell Art Museum, Fort Worth. 

D. di Buoninsegna, Resurrezione di Lazzaro, 1311,
tempera su tavola, Kimbell Art Museum, Fort Worth
Scrutando l’indice dei nomi degli artisti presenti nel museo, sono riscontrabili per quanto ne concerne l’arte italiana, dipinti molto interessanti, tra cui configurano per importanza e pregio: Il ritratto di francescano di Jacopo Bassano; il Cristo benedicente di Giovanni Bellini; la Macelleria di Annibale Carracci; Abramo che insegue Isacco del Domenichino; la statua della Venere con il Bambino, attribuita a Donatello; la Resurrezione di Lazzaro, di Duccio di Buoninsegna; La Madonna con il Bambino e i santi Giuseppe, Elisabetta e Giovanni Battista del Mantegna; Cristo e la samaritana del Guercino; il primo dipinto accertato di Michelangelo La tentazione di Sant’Antonio; una Madonna con il Bambino del Parmigianino (1527-30); una Testa di donna di Sebastiano del Piombo; il Ritratto del Doge Pietro Loredan del Tintoretto e la Madonna con il Bambino con una santa ed il San Giovanni Battista bambino, opera del Tiziano del 1530.

G. Bellini, Cristo Benedicente, 1500,
olio e tempera su tavola,
Kimbell Art Museum, Fort Worth
A. Carracci, Macelleria, 1580, olio su tela,
Kimbell Art Museum, Fort Worth
Tintoretto, Ritratto del Doge
Pietro Loredan, 1567 – 1570,
olio su tela, Kimbell Art
 Museum, Fort Worth

Fra Angelico, L’apostolo Giacomo 
libera il mago Ermogene, 1429, 
tempera su tavola, 
Kimbell Art Museum, Fort Worth.
Michelangelo, La tentazione
di Sant’Antonio, 1488,
tempera su tavola, Kimbell
 Art Museum, Fort Worth
J. Bassano, Ritratto di francescano,
1540, olio su tela, Kimbell Art
 Museum, Fort Worth

A questi si aggiunge l’olio su tela del 1594 de’ I bari, del Caravaggio, commissionatogli dal suo protettore, il Cardinale Francesco Maria del Monte, e passato nei secoli tra le mani di diversi privati sino ad essere venduto nel 1987 al museo texano.
La scena rappresentata è chiara tanto quanto il titolo dell’opera: due uomini in accordo tra loro, giocano a carte con un terzo ignaro di estrazione sociale superiore, come si evince dall’abito di velluto indossato. Mentre quindi il primo, alle spalle dell’ignaro, spia le carte di questi e le mima al complice indicandole con le dita, il secondo pesca dalla tasca posteriore della giacca la carta utile a vincere l’avversario.

Caravaggio, I bari, 1594, olio su tela, Kimbell Art Museum, Fort Worth
Sia nella resa degli abiti, contemporanei a Caravaggio, sia nell’idea illustrata della frode, il quadro ricorda molto La buona ventura (i cui due esemplari sono custoditi ai Capitolini ed al Louvre): anche in questo caso il ricco ingenuo si presenta nei fasti del suo abbigliamento, e puntualmente viene defraudato dalla zingara, che con la pretesa di leggergli la mano gli sfila invece l’anello. Effettivamente le due opere furono dipinte nello stesso periodo, quando Caravaggio appena giunto a Roma, potè avvalersi dell’esperienza visiva di simili truffe, all’ordine del giorno per le vie del corso e nelle osterie.

Caravaggio, La buona ventura,1594,
 olio su tela, Pinacoteca Capitolina, Roma
Caravaggio, La buona ventura,1594,
olio su tela, Museo del Louvre, Parigi







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